Ci sono idee che non diventano “vere” perché poggiano su una norma, su un dato scientifico o su un principio deontologico. Diventano “vere” per inerzia. Per ripetizione. Per abitudine. Le senti nei corridoi, le leggi nei post, le vedi insinuarsi nelle conversazioni tra colleghi come se fossero un fatto: “Eh, ma la scuola di psicoterapia è un livello superiore”, “è un secondo livello”, “è la specializzazione vera”, “dopo la scuola fai davvero terapia”. È una di quelle frasi che molti pronunciano senza cattiveria, convinti di descrivere una realtà oggettiva. Il punto è che quella realtà, quando la riportiamo alle categorie corrette, non esiste.
Questa convinzione nasce da una confusione costante di piani: si mescola la formazione avanzata con la formazione superiore universitaria, si confondono titoli accademici e diplomi professionali, si sovrappone l’idea di “attività riservata” all’idea di “grado gerarchico”, e a tutto questo si aggiunge un marketing di categoria che, negli anni, ha costruito una scala immaginaria di valore. Una scala comoda: chi l’ha fatta “sale”, chi non l’ha fatta “resta sotto”. Ma la comodità non è un criterio giuridico, né scientifico, né deontologico. E se vogliamo davvero difendere la credibilità della professione e la chiarezza verso i cittadini, dobbiamo smettere di ragionare per scale immaginarie e tornare ai concetti ordinamentali reali.
Partiamo da un punto che dovrebbe essere banale, e invece è proprio lì che nasce l’equivoco: che cosa significa “formazione avanzata”. Nel linguaggio professionale, avanzata significa semplicemente che approfondisce ciò che già possiedi. Non significa che ti sposti di “livello” nell’ordinamento. Non significa che acquisisci un “grado superiore” di professione. Non significa che diventi un’altra cosa. Significa che, restando Psicologo, ti formi di più e meglio in un ambito specifico.
È esattamente ciò che accade in ogni professione: un medico resta medico anche se studia ecografia avanzata, medicina del dolore o tecniche complesse di gestione clinica; un avvocato resta avvocato anche se si specializza in diritto tributario, diritto del lavoro o contenzioso internazionale; un ingegnere resta ingegnere anche se frequenta percorsi avanzati di project management, sicurezza o sostenibilità. La formazione avanzata produce competenze. Non produce gerarchie di “livello” tra professionisti che appartengono alla stessa professione.
E qui è utile fermarsi un attimo, perché spesso l’equivoco nasce da una frase apparentemente ragionevole: “Sì, va bene, non è un livello giuridico, ma è comunque formazione superiore”. Ecco: dipende da che cosa intendiamo con “formazione superiore”. Perché nel linguaggio comune “superiore” può significare “molto impegnativa”, “molto seria”, “molto lunga”, “molto clinica”. Nel linguaggio del diritto e dell’ordinamento universitario, invece, “formazione superiore” è una categoria tecnica: è, in sostanza, formazione universitaria incardinata nell’ordinamento accademico.
Quando parliamo in modo tecnico, la formazione superiore universitaria comprende percorsi come la laurea, i master universitari, le scuole di specializzazione universitarie e il dottorato. Sono percorsi con collocazione ordinamentale definita. Hanno una denominazione e una struttura che appartengono al sistema universitario. Non è una valutazione di “migliore” o “peggiore”: è una collocazione formale in un ordinamento.
È proprio qui che compare la parola che, nel dibattito, viene usata come un timbro di legittimazione improprio: “II livello”. Nel sistema universitario italiano, “II livello” non è un modo elegante per dire “più clinico”, “più profondo” o “più terapeutico”. È una categoria con significato preciso. È una di quelle parole che, se le usi fuori contesto, smettono di descrivere e iniziano a ingannare.
“II livello”, in senso accademico, riguarda innanzitutto la laurea magistrale, che è il secondo ciclo universitario dopo la triennale. Poi riguarda i master universitari di II livello, che richiedono una laurea magistrale per essere frequentati e sono denominati formalmente in quel modo. E riguarda le scuole di specializzazione universitarie, che sono incardinate nell’università e rilasciano un titolo accademico tipico: “Specialista in…”. Il dottorato, invece, non è “II livello”: è terzo ciclo. Non è una sfumatura: è il modo in cui l’ordinamento struttura le categorie.
A questo punto il punto chiave diventa limpido: se un percorso non è dentro queste categorie, chiamarlo “II livello” è un uso improprio. Non è un’opinione. È un errore di collocazione. E quando un errore di collocazione diventa un’abitudine culturale, produce un danno: crea gerarchie immaginarie, alimenta pregiudizi professionali e distorce la percezione pubblica di ciò che lo Psicologo può fare.
Ed è qui che entra la questione delle scuole di psicoterapia riconosciute dal MUR. Perché su questo punto si gioca la confusione più frequente. Le scuole di psicoterapia sono percorsi post laurea riconosciuti dal MUR, durano quattro anni, hanno programmi clinici e metodologici e rilasciano un diploma di specializzazione in psicoterapia. Fin qui, nulla da contestare. Il problema nasce quando, da queste caratteristiche, si compie un salto logico illegittimo: si conclude che siano “universitarie”, che rilascino titoli accademici, che siano “di II livello” oppure che conferiscano automaticamente uno status di “Specialista” nel senso universitario del termine.
Tecnicamente, quel salto non regge. Le scuole di psicoterapia riconosciute dal MUR non sono percorsi universitari incardinati nell’ordinamento accademico. Non rilasciano titoli accademici. Non conferiscono il titolo accademico di “Specialista in…”. E non sono classificate come “titoli di secondo livello” nel sistema universitario. Il riconoscimento MUR è un riconoscimento finalizzato a consentire l’esercizio di una specifica attività regolata. Non è un incardinamento nell’ordinamento universitario. Sono due piani diversi.
A questo punto emerge l’altra grande confusione che alimenta il mito: la sovrapposizione tra abilitazione alla professione e attività riservata. L’abilitazione professionale dello Psicologo avviene tramite un percorso chiaro: laurea, tirocinio, Esame di Stato, iscrizione all’Albo. Questo è l’atto che ti rende Psicologo a pieno titolo. Tutto il resto, dopo, non ti “abilita” a una nuova professione. Ti forma, ti qualifica, ti specializza in senso tecnico o ti consente l’accesso a specifiche attività regolamentate, ma non crea una nuova professione.
La scuola di psicoterapia, infatti, non abilita a una professione diversa. Non crea un nuovo Albo. Non crea un terzo profilo sanitario separato. Consente di essere autorizzati alla psicoterapia, cioè di esercitare una specifica attività riservata, nell’ambito delle professioni già esistenti: Psicologo e Medico. Questo punto è essenziale, perché è esattamente qui che crolla uno dei miti più persistenti: l’idea che esista una professione autonoma chiamata “psicoterapeuta”. Quella parola viene spesso trattata come se indicasse una professione distinta, ma nel quadro normativo ciò che esiste è lo Psicologo o il Medico che, in presenza dei requisiti, esercita anche l’attività psicoterapeutica.
Quando questo schema viene ignorato, il linguaggio informale si riempie di espressioni tecnicamente sbagliate, che però suonano bene e, proprio per questo, si diffondono: “Specialista in psicoterapia”, “formazione specialistica di secondo livello”, “titolo di psicoterapeuta”. Ma sono formule che mescolano categorie differenti. “Specialista in…” è una formula tipica dell’università, legata alle scuole di specializzazione universitarie. “II livello” è una dicitura ordinamentale universitaria. “Titolo” è una parola ambigua che, se non viene precisata, fa credere che esista un titolo accademico dove c’è un diploma professionalizzante. E da questa ambiguità linguistica nasce la gerarchia culturale.
Ora, se la gerarchia culturale resta solo “chiacchiera tra colleghi”, qualcuno potrebbe pensare che sia un problema minore. Non lo è. Perché quella gerarchia produce conseguenze concrete: influenza come si giudicano i colleghi, come si selezionano i professionisti, come si parla al pubblico della terapia psicologica, e soprattutto alimenta l’idea che la funzione terapeutica dello Psicologo inizi solo dopo un percorso specifico, mentre prima sarebbe “qualcos’altro”.
E qui arriviamo al punto clinico e professionale più decisivo: il ruolo terapeutico dello Psicologo non nasce dalla scuola di psicoterapia. Nasce dal quadro normativo della professione, dalla natura sanitaria degli atti tipici e dalle evidenze scientifiche sull’efficacia degli interventi psicologici in prevenzione, cura e riabilitazione. Pensare che la terapeuticità “scatti” solo dopo la scuola significa cancellare dalla mappa professionale una parte enorme della cura psicologica: prevenzione, sostegno, diagnosi, abilitazione riabilitazione e intervento sul funzionamento. Significa ridurre l’identità professionale a una narrazione unica, centrata su una sola cornice. È lo psicoterapeuticocentrismo: la tendenza a trattare la psicoterapia come sinonimo di terapia psicologica, e tutto il resto come contorno.
Ma la terapia psicologica è più ampia della sola psicoterapia. E la cura psicologica non è un “premio” che si ottiene dopo un percorso. È una funzione professionale che discende dal mandato dello Psicologo, dalla cornice sanitaria e dalla responsabilità clinica. La psicoterapia è una forma regolata di intervento psicologico, non la definizione unica della terapia psicologica.
Quando questo è chiaro, diventano immediatamente smontabili anche i luoghi comuni che più spesso vengono usati come “prove” della presunta superiorità: “è II livello”, “è una specializzazione universitaria”, “dopo diventi Specialista”, “solo chi fa la scuola fa vera terapia”, “solo chi fa la scuola può lavorare su traumi, sogni, immaginario, transfert”. In realtà, molte di queste affermazioni sono basate su un’idea sbagliata: che la legge regolerebbe tecniche e contenuti clinici come se fossero proprietà di una categoria. Ma la legge non crea elenchi di tecniche esclusive. Regola attività, requisiti e confini. E quando una narrazione trasforma l’accesso a una attività riservata in una gerarchia di valore, siamo davanti a un’operazione culturale, non a una verità normativa.
Se vogliamo descrivere le cose in modo semplice e corretto, possiamo dirlo così. Da una parte ci sono i titoli universitari della formazione superiore: triennale, magistrale, master universitari, scuole di specializzazione universitarie con titolo accademico di “Specialista in…”, dottorato. Dall’altra parte ci sono i diplomi finalizzati a una attività riservata, come il diploma rilasciato dalle scuole di psicoterapia riconosciute dal MUR ai fini dell’esercizio della psicoterapia. Poi ci sono attestati universitari che non sono titoli di studio, come perfezionamento e alta formazione, e poi la formazione continua sanitaria (ECM) e la formazione privata. In questo quadro, la scuola di psicoterapia non è “II livello” universitario e non è un “livello superiore” di professione. È un percorso post laurea riconosciuto per una specifica attività riservata.
E allora possiamo chiudere con una sintesi che non lascia spazio a equivoci. La formazione in psicoterapia non è, nell’ordinamento universitario, né un livello superiore né un “II livello”. Il “II livello” appartiene, tecnicamente, a categorie universitarie precise: laurea magistrale, master universitari di II livello, scuole di specializzazione universitarie. Le scuole di psicoterapia riconosciute dal MUR sono percorsi di formazione avanzata professionalizzante finalizzati all’esercizio della psicoterapia, ma non sono titoli accademici universitari e non conferiscono il titolo accademico di “Specialista in…”. Il diploma di scuola non abilita a una nuova professione: consente di essere autorizzati alla psicoterapia nell’ambito delle professioni di Psicologo e Medico già abilitate. E soprattutto, la funzione terapeutica dello Psicologo non nasce da quella scuola: nasce dal suo mandato professionale, dalla cornice sanitaria e dalle evidenze scientifiche.
Se vogliamo davvero tutelare la salute pubblica e la dignità della professione, la prima cosa da fare è ripulire il linguaggio. Perché quando il linguaggio è impreciso, la realtà professionale diventa manipolabile. E quando la realtà diventa manipolabile, i colleghi si dividono, i cittadini si confondono e la psicologia perde chiarezza. La chiarezza, invece, è una forma di cura anche per la professione.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente MetaPsi Aps, amministratore dei gruppi Facebook “Psicologi non Psicoterapeuti” e “Lo Psicologo cura fa terapia”.
