Nel lavoro dello Psicologo il dubbio è normale. Anzi: una piccola dose di dubbio fa bene, perché aiuta a pensare, a chiedere supervisione, a prepararsi meglio.
Il problema nasce quando il dubbio diventa un’abitudine a fermarsi sempre. A quel punto non è più prudenza: è paura.
Essere responsabili significa fare una valutazione concreta: quali competenze ci sono, quali no; quali sono le condizioni del setting; quali obiettivi sono realistici; quali rischi si possono gestire. Se serve, si rimanda o si invia ad altri, ma con motivazioni chiare e a tutela della persona.
La paura funziona in modo diverso: fa sottovalutare le capacità che già ci sono e spinge a rimandare la presa in carico aspettando una conferma esterna. Un attestato, un titolo, un “permesso” simbolico che dovrebbe far sparire l’incertezza.
Qui non si critica la paura in sé, perché è umana. Si critica quando non viene riconosciuta e viene chiamata “responsabilità”.
Dire “sono prudente” quando in realtà si evita sempre, rifiutare casi “per sicurezza” senza una valutazione clinica reale, aspettare che qualcun altro dica “ora sei pronto”: non è maturità professionale. È una gabbia che blocca la crescita, riduce i servizi disponibili e indebolisce la fiducia nella funzione terapeutica dello Psicologo.
Dentro questa gabbia può nascere un meccanismo molto comune: la ricerca di rassicurazione infinita. È quello che qui viene chiamato “fabbrica dei terapeuti insicuri”: non perché la formazione sia inutile, ma perché a volte la formazione viene usata come sedativo della paura.
La formazione è preziosa quando serve a lavorare meglio, in modo più concreto. Per esempio quando aiuta a:
- capire meglio il caso,
- spiegare con chiarezza cosa si farà (consenso informato),
- definire obiettivi semplici e osservabili,
- controllare se l’intervento sta funzionando,
- cambiare rotta quando serve.
Diventa un problema quando la spinta principale è: “non mi lancio mai”. In quel caso ogni corso rischia di trasformarsi in un rinvio: “ancora un livello”, “ancora un attestato”, “ancora un certificato”… e poi, comunque, si continua a evitare.
Fermarsi può essere responsabile quando mancano davvero competenze, rete, condizioni di sicurezza, continuità. Quando il rischio è alto e non gestibile. Quando l’invio è la scelta migliore per la persona.
Non è responsabilità, invece, rimandare in automatico, sempre e comunque, senza una valutazione reale.
Il coraggio professionale non è fare gli eroi. È decidere con misura: si sceglie un intervento proporzionato, si scrive con chiarezza cosa si sta facendo, si monitora, si aggiusta. È così che si cresce e si tutela chi chiede aiuto.
In conclusione: una cosa è la prudenza, un’altra è la paura trasformata in regola. La prudenza migliora la qualità della cura. La paura, quando diventa “sistema”, la svuota.
La professione ha bisogno di Psicologi che riconoscano i propri limiti, ma anche le proprie risorse, e che sappiano prendersi la responsabilità di decidere. La perfezione non esiste. Una presenza competente, sì.
Mini glossario
- Responsabilità: scegliere dopo una valutazione reale, con motivazioni chiare.
- Paura: insicurezza che porta a rimandare sempre, chiamandolo “prudenza”.
- Fabbrica dei terapeuti insicuri: quando la formazione viene usata soprattutto per sentirsi “autorizzati”, più che per migliorare competenze verificabili.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps




