Introduzione
Nel dibattito professionale italiano sopravvive ancora una falsa credenza molto radicata: l’idea che la diagnosi di disturbo mentale rappresenti una linea di confine tra gli atti tipici dello Psicologo e la psicoterapia. Secondo questa narrazione, finché non c’è diagnosi di disturbo mentale lo Psicologo può “fare qualcosa”, mentre quando compare una diagnosi allora “ci vuole per forza” la psicoterapia e, magari, “ci vuole per forza” il “psicoterapeuta”.
Questa idea non ha fondamento scientifico, clinico né giuridico. Ed è figlia diretta dello psicoterapeuticocentrismo, cioè della tendenza culturale e professionale a ridurre tutta la cura psicologica alla sola psicoterapia, oscurando la natura terapeutica degli atti tipici dello Psicologo.
In questo articolo mostro perché la diagnosi psicologica è già un atto clinico e terapeutico; perché diagnosi, prevenzione, sostegno e abilitazione-riabilitazione sono un processo unitario e non compartimenti stagni; perché sostegno, prevenzione e abilitazione-riabilitazione sono la risposta psicologica naturale a ciò che la diagnosi evidenzia come disfunzionale, disadattivo o patologico; perché il DSM è uno strumento utile ma convenzionale e non obbligatorio; e perché non risulta alcuna disposizione normativa che imponga l’invio automatico allo “psicoterapeuta” in presenza di psicopatologia.
Una nota di chiarezza terminologica, utile soprattutto nel contesto italiano: quando nel testo compare la parola “psicoterapia”, il riferimento è all’attività formalmente riservata ai professionisti autorizzati secondo le norme vigenti; ciò che qui si sta difendendo, invece, è la continuità clinica della cura psicologica e la natura terapeutica degli atti tipici dello Psicologo, che non coincidono con un’etichetta formale né con un automatismo burocratico.
1. La diagnosi psicologica è un atto clinico e terapeutico
La diagnosi psicologica non è un timbro da apporre sulla persona. È un processo clinico in cui lo Psicologo osserva e raccoglie dati, comprende il funzionamento emotivo, cognitivo, relazionale e comportamentale, individua disfunzioni, risorse, fattori di rischio e fattori protettivi, e formula un quadro che orienta l’intervento.
In questo senso la diagnosi psicologica è già un atto terapeutico. Struttura la comprensione del problema, permette di fissare obiettivi realistici e guida tutte le scelte successive di cura. Senza diagnosi psicologica non esiste una cura psicologica consapevole, mirata e responsabile. La diagnosi non è qualcosa che sta “prima della terapia”: è l’inizio della terapia.
2. Diagnosi, prevenzione, sostegno, abilitazione-riabilitazione: un sistema unico
Nel lavoro reale con le persone, diagnosi, prevenzione, sostegno e abilitazione-riabilitazione non funzionano come cassetti separati. Sono componenti di un unico processo di cura che si alimenta e si corregge continuamente.
La diagnosi chiarisce che cosa non sta funzionando, o sta funzionando male. La prevenzione cerca di evitare peggioramenti, ricadute e cronicizzazioni. Il sostegno regola e contiene, aiutando la persona a far fronte, a riorganizzarsi, a ritrovare capacità di movimento nella propria vita. L’abilitazione-riabilitazione psicologica lavora sul recupero del funzionamento, allenando abilità, correggendo schemi disfunzionali e sviluppando competenze adattive.
Nella pratica clinica queste dimensioni si intrecciano: mentre si chiarisce e si affina la diagnosi si sta già facendo prevenzione; mentre si sostiene si continua a comprendere; mentre si riabilita si prevengono nuove ricadute e si rinforzano risorse. È un circuito dinamico che può essere descritto come una sequenza che ricomincia e si aggiorna: diagnosi, prevenzione, sostegno, riabilitazione e poi nuova diagnosi, nuova prevenzione, nuovo sostegno, nuova riabilitazione.
Queste attività non sono “prima della psicoterapia”: sono cura psicologica a pieno titolo.
3. Sostegno, prevenzione e abilitazione-riabilitazione come risposta a ciò che è disfunzionale, disadattivo o patologico
Quando la diagnosi psicologica evidenzia qualcosa di disfunzionale, disadattivo o francamente psicopatologico, la risposta psicologica naturale non è “automaticamente psicoterapia”, ma un intervento clinico appropriato che, molto spesso, prende la forma di sostegno psicologico, prevenzione e abilitazione-riabilitazione psicologica, integrati in modo coerente con i bisogni e con la fase del percorso.
Sostegno significa stabilizzare, contenere, riorganizzare. Prevenzione significa ridurre rischi e rafforzare fattori protettivi. Abilitazione-riabilitazione significa recuperare e potenziare il funzionamento compromesso, allenare competenze adattive, rendere la persona più capace di stare nella vita con efficacia, flessibilità e sicurezza.
In altre parole, sostegno, prevenzione e abilitazione-riabilitazione sono le soluzioni psicologiche che lo Psicologo mette in campo in risposta a ciò che la diagnosi segnala come disfunzionale, disadattivo o patologico. Sono quindi forme di terapia psicologica, non interventi minori o “preparatori”. In molti casi questi interventi riducono i sintomi, migliorano la qualità di vita e ripristinano capacità adattive e relazionali, a prescindere dal fatto che il percorso venga formalmente etichettato o meno come psicoterapia.
4. Il DSM: criteri utili, ma convenzionali e operazionali
Quando parliamo di “disturbi mentali” secondo il DSM, è importante ricordare una cosa semplice e decisiva: il DSM non è la radiografia oggettiva della mente umana, ma un accordo scientifico-professionale. È una classificazione costruita per consentire linguaggi condivisi, ricerca comparabile e criteri operativi, non una fotografia definitiva della natura.
I disturbi del DSM non sono entità biologiche fissate una volta per tutte e non rappresentano verità eterne e immutabili. Sono costrutti diagnostici definiti e aggiornati da gruppi di esperti attraverso discussioni, revisioni, scelte operative e mediazioni tra dati disponibili, posizioni teoriche e sensibilità culturali.
Per questo è corretto dire che i criteri DSM sono convenzionali e operazionali: non sono “scoperti” in natura come un pianeta o una molecola, ma stabiliti per finalità di descrizione e ricerca, e possono essere modificati. E infatti cambiano da un’edizione all’altra. A ogni nuova versione possono comparire nuove categorie, altre vengono eliminate, cambiano le soglie, cambiano i criteri, si sposta il confine tra “normalità” e “patologia”.
Il DSM, in sintesi, è una mappa e non il territorio. È utile per parlare un linguaggio comune, ma non decide da solo la terapia e non stabilisce chi debba curare cosa.
5. Il DSM è uno strumento utilizzabile anche dagli Psicologi
Un equivoco diffuso è pensare che il DSM sia “lo strumento dello psichiatra” o del solo “psicoterapeuta”. In realtà il DSM è uno strumento classificatorio che può essere pienamente utilizzato anche dallo Psicologo.
Lo Psicologo clinico può usarlo per descrivere in modo condiviso quadri sintomatologici, comunicare con medici, servizi e istituzioni, e partecipare a progetti di ricerca e documentazione clinica che richiedono un linguaggio diagnostico comune. Il punto non è se lo Psicologo “possa” usare il DSM, perché può; il punto è come lo usa: in modo critico, non dogmatico, ricordando che è una convenzione operativa e integrandolo sempre con la formulazione psicologica del caso, che è il cuore del lavoro clinico.
Il DSM non è proprietà di nessuna figura: è uno strumento della comunità scientifica, e lo Psicologo può utilizzarlo mantenendo il proprio sguardo psicologico, funzionale e contestuale.
6. Lo Psicologo non è obbligato a usare il DSM
Accanto alla possibilità, va chiarito con altrettanta nettezza che per lo Psicologo non esiste alcun obbligo normativo o deontologico di utilizzare il DSM. La Legge 56/1989 non prevede alcun obbligo di uso del DSM, e il Codice Deontologico – testo vigente – non impone l’uso di uno specifico manuale diagnostico.
La diagnosi psicologica non coincide con “mettere un’etichetta DSM”. Lo Psicologo può usare il DSM quando lo ritiene utile, non usarlo quando non è clinicamente necessario, o preferire altri sistemi e modelli più coerenti con il proprio approccio e con i bisogni della persona.
La diagnosi psicologica resta un processo centrato sul funzionamento, costruito nel rapporto clinico e inserito nella storia e nell’ambiente di vita. Il DSM è uno strumento a disposizione, non un vincolo.
7. In psicologia si possono usare altri sistemi diagnostici
In psicologia non esiste alcun “monopolio” del DSM. Lo Psicologo può legittimamente utilizzare altri sistemi riconosciuti a livello internazionale.
ICD-11 e ICF, dell’OMS, costituiscono due riferimenti fondamentali. L’ICD-11 è la classificazione internazionale delle malattie e viene usata globalmente, non centrata sul solo modello statunitense. L’ICF, invece, è la classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute, e descrive il funzionamento della persona in relazione al contesto di vita, alle attività e alla partecipazione; è particolarmente coerente con l’ottica biopsicosociale e con il lavoro dello Psicologo.
Accanto a questi, il PDM-2, Manuale Diagnostico Psicodinamico di seconda generazione, è uno strumento che non si limita ai sintomi, esplora l’organizzazione di personalità e valuta il funzionamento affettivo, relazionale e mentale profondo. È molto vicino alla formulazione psicologica e rende visibili dimensioni che vanno oltre la semplice etichetta di disturbo.
In più, lo Psicologo può utilizzare formulazioni del caso di matrice cognitivo-comportamentale, modelli dimensionali, approcci transdiagnostici, e strumenti specifici per trauma, attaccamento, funzioni esecutive e molte altre dimensioni clinicamente rilevanti.
Il messaggio è semplice: il DSM è uno dei possibili strumenti, non l’unico.
8. Nessuna disposizione impone l’invio automatico allo “psicoterapeuta” in presenza di psicopatologia
Qui bisogna essere chiari, perché è un punto spesso strumentalizzato. Non risulta alcuna disposizione normativa che imponga allo Psicologo di inviare automaticamente una persona a uno “psicoterapeuta” quando è presente psicopatologia.
La normativa italiana definisce chi può esercitare la psicoterapia e vieta l’esercizio abusivo, ma non dice da nessuna parte che davanti a una diagnosi DSM la persona debba obbligatoriamente essere inviata a un “psicoterapeuta”, né che lo Psicologo debba rinunciare ai propri atti tipici terapeutici quando è presente psicopatologia, né che la cura psicologica in presenza di disturbo mentale consista solo in psicoterapia.
L’eventuale invio a un collega che esercita psicoterapia è una valutazione clinica, non un automatismo giuridico. Dipende dalla complessità del caso, dalle risorse della persona, dalle competenze effettivamente disponibili, dal contesto di lavoro e dalla rete sanitaria sul territorio. Resta fermo, in ogni caso, che lo Psicologo ha la responsabilità clinica e deontologica di inviare o coinvolgere altre figure quando il caso eccede le proprie competenze, richiede urgenza, necessita di integrazione multiprofessionale o presenta condizioni di rischio che impongono livelli diversi di presa in carico.
La psicopatologia non annulla il ruolo terapeutico dello Psicologo: lo rende ancora più rilevante.
9. Il falso mito dello “spartiacque”
Alla luce di tutto questo, l’idea che la diagnosi di disturbo mentale sia lo “spartiacque” tra un “semplice” lavoro psicologico e la “vera” terapia, identificata con la sola psicoterapia, è un falso culturale.
Nel panorama internazionale la diagnosi, intesa come valutazione e formulazione del caso, è parte integrante del trattamento. E il trattamento psicologico comprende un ventaglio ampio di interventi, che includono modalità supportive, preventive, riabilitative e, quando indicato e quando il professionista è autorizzato, anche psicoterapia.
Gli atti tipici dello Psicologo non sono un’anticamera della terapia: sono la terapia psicologica. La psicoterapia, quando c’è e quando è indicata, è una delle modalità con cui si esercita questa terapia, non l’unica, non la più “vera”, non il confine dell’intervento clinico.



