Quando si parla di disturbi di personalità, la prima cosa da chiarire è il significato della parola cura. Curare non significa cancellare la personalità di una persona, né trasformarla in qualcun altro. Significa intervenire su modalità rigide e persistenti di pensare, sentire, relazionarsi e comportarsi che producono sofferenza o compromissione del funzionamento. L’American Psychiatric Association descrive i disturbi di personalità come pattern duraturi di esperienza interiore e comportamento che deviano in modo marcato dalle aspettative culturali, causano sofferenza o problemi di funzionamento e tendono a essere persistenti nel tempo.
Detto in modo semplice, curare un disturbo di personalità significa aiutare la persona a soffrire meno, a essere meno irrigidita nei propri pattern disfunzionali e a vivere con maggiore continuità, stabilità e libertà. Le fonti istituzionali convergono su questo punto: il NHS afferma che molte persone con un disturbo di personalità recuperano nel tempo e che il trattamento va adattato alla persona; il NIMH, per il disturbo borderline di personalità, indica che i trattamenti basati su evidenze possono ridurre intensità e gravità dei sintomi, migliorare il funzionamento e la qualità di vita.
In termini sostanziali e clinico-funzionali, curare un disturbo di personalità significa fare prevenzione e sostenere, abilitare e riabilitare il funzionamento mentale, psicofisico e relazionale della persona che ne soffre. Significa prevenire aggravamenti, crisi, autolesività, rotture relazionali e ulteriore compromissione del funzionamento. Significa sostenere la regolazione emotiva, il controllo degli impulsi, la capacità di comprendersi, di comprendere gli altri e di stare in relazioni più stabili. Significa anche favorire il recupero o lo sviluppo di modalità più flessibili e adattive di pensare, sentire, scegliere e agire. Questa è una sintesi interpretativa, ma è coerente con la definizione OMS di riabilitazione come insieme di interventi progettati per ottimizzare il funzionamento e ridurre la disabilità nelle persone con condizioni di salute in interazione con l’ambiente; ed è coerente con gli obiettivi esplicitati da NICE per il borderline, che includono la gestione di distress, ansia, vissuti di indegnità e rabbia e il mantenimento di relazioni stabili e strette.
È possibile curare un disturbo di personalità?
Sì, è possibile, ma con una precisazione importante. La documentazione più forte e più esplicita riguarda soprattutto il disturbo borderline di personalità. Il NHS scrive che molte persone con borderline personality disorder superano i sintomi e recuperano; il NIMH afferma che la psicoterapia è il trattamento principale e che molte persone, con trattamenti basati su evidenze, stanno meglio e funzionano meglio. Per i disturbi di personalità in generale, il NHS afferma comunque che molte persone recuperano nel tempo e che non esiste un approccio unico valido per tutti.
La parola clinicamente più prudente, in molti casi, è recupero o remissione, più che guarigione assoluta. Ma la sostanza non cambia: l’idea che i disturbi di personalità siano per definizione immutabili non è coerente con il quadro clinico attuale, soprattutto per il borderline. Anche l’APA, nella presentazione della linea guida aggiornata sul disturbo borderline di personalità, sottolinea che il disturbo può andare incontro a remissione e che i sintomi possono essere ridotti e gestiti.
Un punto terminologico decisivo: psychotherapy non coincide sempre con psicoterapia
Qui sta uno dei punti più delicati dell’intero articolo. Nelle linee guida e nelle fonti cliniche in lingua inglese, il termine psychotherapy non coincide sempre in modo automatico e perfetto con la parola italiana psicoterapia. L’APA afferma espressamente che psychotherapy è una “big tent”, cioè una categoria ampia che comprende una gamma molto diversificata di tecniche e orientamenti teorici.
Il lessico britannico conferma questa ampiezza. Il NHS parla di “talking therapies (psychological therapies)” e sotto questa etichetta include modalità diverse: guided self-help, CBT, counselling, interpersonal therapy, dynamic interpersonal therapy, couples therapy, EMDR e, per alcuni problemi specifici, anche DBT. Lo stesso NHS precisa che, in presenza o sospetto di personality disorder, il medico di base può inviare a un servizio specialistico appropriato. Questo mostra che il linguaggio clinico inglese usa contenitori semantici più larghi e più flessibili di una traduzione automatica con la sola parola italiana psicoterapia.
Anche NICE, nel documento sul disturbo borderline di personalità, usa una terminologia significativa. La quality statement dedicata al borderline dice che le persone con borderline personality disorder devono essere offerte “psychological therapies” e devono essere coinvolte nella scelta del tipo, della durata e dell’intensità della terapia. La stessa rationale richiama il fatto che la linea guida NICE raccomanda psychological therapies per gestire e trattare il disturbo. Questo lessico è più ampio di una nozione già filtrata dalla categoria tecnico-giuridica italiana di psicoterapia.
Perciò, quando una linea guida in inglese raccomanda la psychotherapy, non sempre è corretto tradurre quel termine direttamente con psicoterapia nel senso tecnico-giuridico italiano dell’art. 3 della Legge 56/1989. Più spesso, la traduzione prudente è trattamento psicologico, terapia psicologica oppure intervento psicologico strutturato, da precisare poi nel contesto. In altre parole: psychotherapy è spesso un umbrella term clinico; psicoterapia, in Italia, è anche una categoria normativa specifica.
Che rapporto c’è tra psychotherapy e gli atti tipici dello Psicologo
Qui serve prudenza. Non è corretto dire, in modo assoluto, che psychotherapy coincida integralmente con tutti gli atti tipici della professione di Psicologo. La diagnosi, per esempio, è atto tipico secondo l’art. 1 della Legge 56/1989, ma non coincide concettualmente con il trattamento. La sovrapposizione più forte riguarda soprattutto l’area degli interventi psicologici di cura, del sostegno e dell’abilitazione-riabilitazione del funzionamento.
La formula più rigorosa, quindi, è questa: nelle linee guida anglosassoni psychotherapy funziona spesso come un termine clinico-ombrello che ricomprende una vasta area di trattamenti psicologici; nel contesto italiano, questa area si sovrappone in larga misura agli interventi di cura psicologica fondati sul sostegno e sull’abilitazione-riabilitazione del funzionamento, mentre la diagnosi resta distinta come atto tipico ma non terapeutico in senso stretto. Questa formulazione evita una traduzione troppo stretta e, allo stesso tempo, evita l’errore opposto di identificare senza residui ogni uso inglese di psychotherapy con tutti gli atti tipici dello Psicologo.
Cosa dice la legge italiana
Sul piano normativo, il quadro è chiaro. L’articolo 1 della Legge 56/1989 stabilisce che la professione di Psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico. L’articolo 3 della stessa legge stabilisce invece che l’esercizio dell’attività psicoterapeutica è subordinato a una specifica formazione professionale successiva alla laurea in psicologia o in medicina, mediante corsi di specializzazione almeno quadriennali.
Questo significa che la legge italiana distingue due piani che non vanno confusi. Da un lato c’è l’area professionale generale dello Psicologo, che comprende prevenzione, diagnosi, sostegno e abilitazione-riabilitazione. Dall’altro c’è l’esercizio dell’attività psicoterapeutica, che ha una disciplina specifica. Le linee guida cliniche internazionali non modificano questa distinzione giuridica; semmai aiutano a capire che, sul piano clinico, il trattamento dei disturbi di personalità consiste molto spesso in interventi che mirano al funzionamento e che, nel lessico italiano, ricadono largamente nell’area degli atti tipici dello Psicologo.
Lo Psicologo può curare i disturbi di personalità?
Sì, lo Psicologo può curare i disturbi di personalità entro il perimetro delle competenze che la legge gli attribuisce. L’art. 1 gli riconosce prevenzione, diagnosi, sostegno e abilitazione-riabilitazione. Il Codice Deontologico vigente conferma che lo Psicologo opera in un orizzonte pienamente terapeutico: l’art. 27 parla di rapporto terapeutico e di cura; l’art. 28 menziona espressamente interventi diagnostici, di sostegno psicologico o di psicoterapia; l’art. 37 impone di accettare il mandato professionale esclusivamente nei limiti delle proprie competenze. Gli artt. 5 e 7, inoltre, richiedono aggiornamento adeguato, uso di strumenti per cui si abbia competenza e attenzione critica a dati, informazioni e fonti.
La formula più precisa, quindi, è questa: lo Psicologo può curare un disturbo di personalità attraverso valutazione, diagnosi psicologica, sostegno, prevenzione e abilitazione-riabilitazione del funzionamento; quando l’intervento assume la forma di attività psicoterapeutica in senso tecnico-giuridico, si applica l’art. 3 della Legge 56/1989. Questa formulazione mantiene ferma la distinzione normativa e, nello stesso tempo, evita l’idea riduttiva che soltanto ciò che viene nominato psicoterapia sia cura.
Il ruolo dei farmaci
Anche qui serve precisione. Nel disturbo borderline di personalità, la psicoterapia è il trattamento principale secondo il NIMH. I benefici dei farmaci, per il disturbo in sé, sono considerati poco chiari e i farmaci non sono considerati trattamento di prima linea; possono essere usati come aggiunta per sintomi specifici o condizioni concomitanti. NICE è ancora più esplicito: raccomanda di non usare farmaci specificamente per trattare il borderline personality disorder o i suoi sintomi caratteristici, e di non usare antipsicotici nel medio-lungo periodo per questo disturbo.
Questa precisazione rafforza il cuore dell’articolo: almeno nel borderline, il nucleo della cura resta soprattutto psicologico e centrato sul funzionamento. Naturalmente, nei casi più complessi, con comorbilità importanti, rischio suicidario elevato, psicosi maggiori, dipendenze gravi o disturbi alimentari severi, NICE raccomanda invii appropriati e una presa in carico adeguata, spesso integrata.
Conclusione
La formulazione più forte ma anche più prudente è questa: curare un disturbo di personalità non significa cambiare la persona, ma prevenire il peggioramento e sostenere, abilitare e riabilitare il suo funzionamento mentale, psicofisico e relazionale. Le linee guida che parlano di psychotherapy non smentiscono questa lettura. Al contrario, la confermano, perché descrivono interventi che mirano a ridurre la sofferenza, migliorare la regolazione emotiva, stabilizzare le relazioni e aumentare il funzionamento. Il vero punto è non tradurre in modo meccanico il lessico clinico anglosassone dentro le categorie giuridiche italiane senza le necessarie precisazioni.
In questo senso, la cura dei disturbi di personalità passa necessariamente attraverso prevenzione, sostegno e abilitazione-riabilitazione del funzionamento. Ed è proprio per questo che lo Psicologo, nell’ambito delle proprie competenze e nel rispetto della legge e della deontologia, ha un ruolo pienamente terapeutico in questo lavoro.
Frase chiave per locandina
Curare un disturbo di personalità non significa cambiare la persona, ma prevenire il peggioramento e sostenere, abilitare e riabilitare il suo funzionamento mentale, psicofisico e relazionale.
Fonti essenziali
Legge 18 febbraio 1989, n. 56 – Ordinamento della professione di Psicologo
Codice Deontologico delle Psicologhe e degli Psicologi Italiani – testo vigente CNOP
APA – What are Personality Disorders?
APA – Psychotherapy
APA – Updated Guideline on Borderline Personality Disorder
NHS – Talking therapies
NHS – Personality disorders
NHS – Treatment for borderline personality disorder
NICE – Borderline personality disorder: recognition and management
NICE – Quality statement 2: Psychological therapies – borderline personality disorder
NIMH – Borderline Personality Disorder
WHO – Rehabilitation



