
Quando si parla di disturbi di personalità, spesso si pensa subito a un’etichetta diagnostica. Ma nella cura psicologica il punto di partenza non è l’etichetta. È la persona. Il suo modo di funzionare, di sentire, di stare nelle relazioni e di affrontare il mondo.
Un disturbo di personalità non compare all’improvviso. È il risultato di un funzionamento che si è costruito nel tempo, spesso molto presto nella vita, come risposta a esperienze emotive e relazionali difficili. Quel funzionamento, anche quando oggi crea sofferenza, in origine ha avuto una funzione: proteggere, difendere, permettere di andare avanti.
Per questo la cura non consiste nel “correggere” la persona o cambiarne l’identità. Consiste nell’aiutare la persona a funzionare meglio, con meno rigidità e meno sofferenza, soprattutto nelle aree che oggi la fanno stare male o le fanno perdere pezzi di vita.
Un punto centrale, nei disturbi di personalità, è distinguere tra ciò che la persona vive come un problema e ciò che invece sente come parte di sé.
Molte persone arrivano in terapia portando qualcosa che fa soffrire in modo evidente: crisi emotive, relazioni che si rompono, senso di vuoto, rabbia che esplode, ansia intensa, solitudine. Questi aspetti sono vissuti come estranei, come qualcosa che “non dovrebbe esserci”. Sono la parte egodistonica: quella che disturba, che fa male, che spinge a chiedere aiuto.
Sotto, però, c’è spesso un modo di funzionare più profondo che la persona non vive come problematico. È il suo stile abituale di pensare, reagire e proteggersi. È ciò che sente come coerente con sé: “sono fatto così”, “se non mi difendo mi fanno male”, “se cedo perdo il controllo”. Questa parte è egosintonica: non viene percepita come un problema, ma come identità.
Qui sta il nodo: il problema che fa soffrire non coincide sempre con il funzionamento che lo produce.
Il sintomo è ciò che la persona soffre. Il funzionamento è ciò che la persona chiama “me”.
Il lavoro dello Psicologo non è convincere la persona che il suo modo di essere è sbagliato. È aiutarla a vedere il proprio funzionamento con più chiarezza: capire quando si attiva, a cosa serve, che costo ha, e quali alternative sono possibili.
Per questo, spesso, si parte dal sostegno. Sostegno significa creare sicurezza e ridurre pressione. Molte persone con disturbi di personalità vivono le relazioni come instabili, pericolose o giudicanti. Senza una base di sicurezza, qualsiasi cambiamento viene vissuto come un rischio eccessivo.
La parte egodistonica è quasi sempre la porta d’ingresso. È da lì che si costruisce l’alleanza: si lavora su ciò che oggi fa soffrire, su ciò che la persona vuole cambiare perché le sta rovinando la vita.
Un esempio semplice: una persona arriva dicendo “il mio problema è che esplodo, mi arrabbio e poi sto malissimo”. Questa è la parte egodistonica, perché la persona la vive come un problema. Ma sotto può esserci un funzionamento egosintonico del tipo: “se non mi impongo, sparisco”, “se non attacco, mi attaccano”, “se mostro debolezza perdo valore”. Quel funzionamento non viene percepito come un problema: viene percepito come necessario. In terapia non si parte dicendo “devi smettere”. Si parte aiutando la persona a vedere la sequenza: cosa la attiva, cosa interpreta, cosa sente, cosa fa, e cosa succede dopo. E, soprattutto, a riconoscere quanto quel “modo necessario” la stia facendo pagare.
Qui entra anche la prevenzione. Nei disturbi di personalità il rischio non è solo stare male oggi, ma irrigidirsi sempre di più domani. Strategie difensive che diventano pervasive, evitamenti che si allargano, modalità relazionali che si ripetono senza via d’uscita. La prevenzione serve a riconoscere i segnali precoci e a interrompere gli automatismi prima che esplodano.
Poi il lavoro diventa abilitazione-riabilitazione. Non per rendere la persona “normale”, ma per recuperare funzioni psicologiche fondamentali: regolazione delle emozioni, capacità di riflettere prima di agire, tolleranza della frustrazione, possibilità di stare nelle relazioni senza sentirsi costantemente in pericolo. In pratica: più scelta e meno automatismi.
Questo percorso è graduale. Il cambiamento reale avviene quando la persona sperimenta che esistono modi diversi di proteggersi e stare nelle relazioni, meno costosi e più vivibili.
Nelle prime fasi, spesso, il lavoro è molto concreto: stabilizzare crisi e oscillazioni emotive, mappare i trigger, chiarire obiettivi piccoli e realistici, costruire sicurezza nella relazione terapeutica. Da lì, passo dopo passo, si apre lo spazio per trasformare anche ciò che prima era completamente egosintonico e invisibile.
La cura delle persone con disturbi di personalità, nella terapia di sostegno, prevenzione e abilitazione-riabilitazione, non è un lavoro di correzione dell’identità. È un lavoro di accompagnamento verso un funzionamento più flessibile e una vita più vivibile, con meno sofferenza e più libertà.
