Lo psicoterapeuticocentrismo è la tendenza a far coincidere la cura psicologica con la sola psicoterapia e la competenza con il titolo, trasformando un modello in identità.
Quando si parla di psicoterapeuticocentrismo accade spesso una cosa prevedibile: la critica a un fenomeno culturale viene letta come un attacco personale. È come se il messaggio non fosse “sto mettendo in discussione una cornice narrativa”, ma “ce l’ho con te”, “sto attaccando la psicoterapia”, “sto svalutando gli psicoterapeuti”. Eppure, se si resta sulle parole, il punto è un altro.
Cos’è lo psicoterapeuticocentrismo
Per psicoterapeuticocentrismo intendo la tendenza culturale a far coincidere la cura psicologica con la sola psicoterapia, la competenza clinica con il titolo e la legittimità professionale con l’appartenenza a una Scuola. È una semplificazione potente, rassicurante, ma anche riduttiva. Criticarla non significa negare il valore della psicoterapia, né giudicare chi la pratica. Significa interrogarsi su cosa accade quando un’intera professione viene raccontata attraverso un’unica etichetta.
Quando il modello diventa identità
Il fraintendimento nasce soprattutto da una confusione di piani: quello delle idee e quello dell’identità. In una professione matura, discutere modelli, cornici teoriche, limiti e rischi dovrebbe essere normale. Ma quando un titolo o un metodo diventano parte centrale dell’identità personale e professionale, smettono di essere strumenti e diventano elementi del Sé. A quel punto, una critica al modello non viene più percepita come riflessione culturale, ma come svalutazione personale. Non si sente più “stai discutendo un’idea”, ma “stai mettendo in discussione me”.
Lo psicoterapeuticocentrismo, in questo senso, non è la psicoterapia. È il modo in cui, nel tempo, alcune equivalenze sono diventate automatiche: cura uguale psicoterapia, competenza uguale titolo, valore uguale appartenenza. Quando queste equivalenze vengono messe in discussione, possono generare disorientamento, perché toccano assetti simbolici che davano sicurezza, riconoscimento e senso di ordine. Non è un difetto individuale: è una dinamica umana e gruppale.
Perché la critica viene personalizzata
C’è poi una difficoltà molto diffusa nel distinguere tra funzione e persona. Dire che una narrazione è distorta non significa dire che chi vi opera lo sia. Dire che una semplificazione è fuorviante non equivale a dire che chi la utilizza agisca in malafede. Eppure, quando questa distinzione non è interiorizzata, la critica viene recepita sul piano emotivo e non su quello concettuale. È lo stesso meccanismo che porta alcune persone a vivere una critica alla propria città come un’offesa personale: il senso di appartenenza si sovrappone alla capacità di valutare i fatti.
A questo si aggiunge un elemento ancora più semplice: personalizzare la critica consente di evitare il confronto sul merito. Se una riflessione culturale viene trasformata in un attacco personale, non è più necessario rispondere alle domande che pone. Non si discute più di modelli, effetti, linguaggio o conseguenze per i cittadini. Si può spostare tutto sul piano emotivo: “mi stai offendendo”, “stai denigrando”, “sei contro di noi”. Non sempre è una scelta consapevole, ma è una scorciatoia difensiva efficace.
Dalla difesa identitaria alla disinformazione
C’è anche un punto che tende a diventare tabù: l’idea che la formazione, come ogni processo umano, possa talvolta produrre effetti indesiderati. Non si tratta di accusare la formazione in quanto tale, né di attribuire etichette alle persone. Si tratta di riconoscere che, in presenza di vulnerabilità preesistenti e in certi contesti, alcuni modelli possono irrigidire invece di rendere più flessibili. Possono favorire dipendenze dal metodo, idealizzazioni, appartenenze difensive o identificazioni eccessive. Riconoscere questa possibilità non è denigrazione: è responsabilità.
Il nodo centrale, però, resta uno: la comunicazione verso il cittadino. Quando la cura psicologica viene raccontata attraverso una sola parola-ombrello, il rischio non è teorico. È pratico. Le persone ricevono informazioni semplificate, gerarchiche, a volte fuorvianti, e fanno scelte meno libere e meno consapevoli. In questo senso, la critica allo psicoterapeuticocentrismo non riguarda la dignità di un gruppo, ma la qualità dell’informazione pubblica e il rispetto dovuto a chi chiede aiuto.
Perché questa critica riguarda anche i cittadini
Per questo, quando una critica culturale viene letta come attacco personale, il problema non è la critica in sé. È la difficoltà di separare ciò che facciamo da ciò che siamo, il ruolo dall’identità, il titolo dalla funzione. Una professione adulta cresce quando riesce a discutere le proprie cornici senza processare le persone, quando sa accendere la luce sui propri meccanismi senza viverla come un’accusa.
Criticare lo psicoterapeuticocentrismo non significa attaccare la psicoterapia, né gli psicoterapeuti. Significa rimettere ordine tra parole e realtà, restituire complessità alla cura psicologica e onestà alla comunicazione. E quando le parole tornano al loro posto, la cura diventa più chiara, più accessibile e più rispettosa per tutti.




