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di Enrico Rizzo, Psicologo, Sessuologo Clinico

La presunta competenza superiore che fa acqua da tutte le parti

Nel confronto tra psicologi capita di osservare una situazione che, a forza di ripetersi, diventa quasi familiare. C’è chi parla con grande sicurezza di competenze, percorsi, qualità clinica. E spesso, proprio chi esprime giudizi più netti e generalizzazioni più rapide, è anche chi si dichiara più capace di distinguere ciò che gli appartiene da ciò che appartiene all’esperienza dell’altro. Poi, quasi in controluce, c’è chi procede con più misura: ascolta, chiede dati, sospende le conclusioni, evita di trasformare un curriculum in una sentenza. E paradossalmente, proprio questo stile viene talvolta scambiato per minore competenza o minore profondità clinica.

Non è una regola universale e non riguarda tutti i colleghi, né tutte le scuole o tutti i contesti formativi. Esistono percorsi e supervisioni che fanno esattamente l’opposto e rappresentano un antidoto prezioso a queste derive. Tuttavia, la dinamica ricorre con sufficiente frequenza da rendere legittima una domanda: com’è possibile che chi generalizza sia così convinto di differenziare meglio?

Il punto, spesso, è che la differenziazione non è una qualità che si possiede come un’etichetta, né una convinzione che basta dichiarare. È una funzione che si esercita. E si vede nei dettagli, nei gesti mentali piccoli ma decisivi: nella capacità di frenare l’impulso a concludere, nel distinguere tra ciò che si immagina e ciò che si osserva, nel tenere aperte più ipotesi, nel riconoscere che senza dati diretti non si può davvero sapere. Chi differenzia davvero tende a muoversi così, quasi per stile naturale. Non per indecisione, ma perché ha interiorizzato quanto sia facile sbagliare quando si confonde la propria esperienza con la realtà dell’altro.

In alcuni contesti, però, può emergere un effetto collaterale sottile. Si studiano concetti importanti: proiezione, difese, controtransfert, dinamiche relazionali. Si impara un linguaggio preciso, utile a leggere la complessità. Ma talvolta questa conoscenza produce anche una sensazione di controllo: se so cos’è la proiezione, mi sembra di saperla riconoscere sempre. Se so nominare un meccanismo, mi pare di esserne immune. È uno scivolamento silenzioso: il sapere diventa una garanzia soggettiva. E in quel punto nasce l’illusione più insidiosa, perché è credibile anche per chi la vive: confondere la padronanza del lessico con la capacità di monitorarsi mentre il processo è in corso.

C’è poi un altro passaggio critico. Quando un modello teorico smette di essere uno strumento e diventa un’identità, il pensiero rischia di irrigidirsi. Il confine non passa più tra ciò che è mio e ciò che è dell’altro, ma tra ciò che rientra nella cornice e ciò che ne resta fuori. In questo assetto, quello che non torna viene facilmente attribuito all’altro: del paziente, del collega, del contesto. La proiezione non viene riconosciuta e corretta; viene legittimata, perché appare coerente con il modello. E la generalizzazione assume l’aspetto di una lettura clinica, quando in realtà è una semplificazione difensiva.

Anche il lavoro personale, pur essendo una risorsa importante, non è una garanzia automatica. Fare esperienza emotiva può essere trasformativo, ma non basta. Se non è mentalizzato, se non viene pensato in modo rigoroso, rischia di diventare una verità naturale: “io l’ho vissuta così, quindi è così”. È lì che l’esperienza soggettiva, anziché diventare uno strumento di consapevolezza, si trasforma in criterio universale. E quando questo accade, la differenziazione si indebolisce: non per mancanza di sensibilità, ma per mancanza di disciplina nel distinguere.

A questo punto entra in gioco lo snodo decisivo: la supervisione. Può essere il luogo in cui si impara davvero a separare ciò che è mio da ciò che è dell’altro, a riconoscere dove si sta inferendo troppo, a costruire alternative, a restare aderenti ai dati e agli esiti. Ma può anche diventare l’opposto, se non è rigorosa.

Se la supervisione ratifica sempre la prima ipotesi, la proiezione non viene contenuta: viene raffinata. Se non chiede alternative e usa il modello per chiudere invece che per aprire, l’allievo impara implicitamente che ciò che sente è un dato clinico, ciò che pensa è una lettura corretta, e ciò che contraddice la cornice è un errore dell’altro.

Ed eccoci al paradosso finale, quello più evidente. Chi è più prudente nel giudicare le competenze altrui spesso lo è per un motivo semplice: sa che la competenza non si deduce dal racconto, ma dal funzionamento. Sa che un percorso non dice tutto e che anche un titolo, da solo, non garantisce qualità clinica. Sa che senza osservazione diretta, senza dati e senza contesto, un giudizio resta un’impressione travestita da valutazione. Ma questa misura, in ambienti che premiano la sicurezza, viene talvolta interpretata come fragilità o superficialità. È un ribaltamento classico: la certezza soggettiva appare come competenza, mentre la cautela viene scambiata per mancanza.

Se però si torna a criteri concreti, qualcosa si chiarisce. La competenza clinica si vede in gesti osservabili: chiedere dati prima di concludere, formulare ipotesi alternative, cambiare idea quando emergono nuove informazioni, riconoscere i propri limiti, monitorare gli esiti, evitare scorciatoie basate sull’appartenenza. Sono tutti segnali di differenziazione in azione.

Per questo esiste un criterio semplice e sorprendentemente affidabile: più una persona differenzia davvero, meno ha bisogno di giudicare gli altri a distanza. Non perché non abbia opinioni, ma perché non deve proteggere la propria identità svalutando quella altrui. La differenziazione autentica tollera percorsi diversi, perché sa che ciò che conta non è l’etichetta, ma il lavoro reale. E il lavoro reale non si deduce per appartenenza: si osserva, si valuta, si verifica.

Alla fine, il punto non è stabilire chi sia “più bravo” o quale sia il percorso “giusto”. Il punto è riconoscere un fatto semplice: chi generalizza e proietta, anche quando è convinto di differenziare più degli altri, spesso sta mostrando un limite proprio in quella funzione. Chi invece è più lento, più misurato e meno giudicante non sta necessariamente sapendo meno. Sta esercitando una forma di responsabilità professionale che, nel nostro lavoro, è una delle competenze più rare e più preziose.

E forse è proprio questa la conclusione più solida: la competenza superiore, quella che spesso non si vede, è la responsabilità nel giudicare.

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