Ci sono frasi che, dette con superficialità, fanno danni veri. Una delle più problematiche è: “La clinica appartiene allo “psicoterapeuta””.
Il punto non è solo cosa si dice, ma chi lo dice. Se questa idea circola tra i cittadini, possiamo parlare di fraintendimento. Se invece viene rilanciata da una collega Psicologa, allora il problema cambia natura: non è più soltanto disinformazione esterna, diventa svalutazione interna della professione.
Perché questa frase fa danni
Dire che “la clinica appartiene allo “psicoterapeuta”” trasmette un messaggio implicito molto chiaro: che lo Psicologo, in quanto tale, sarebbe “meno clinico”, o non legittimato a lavorare sulla sofferenza, sul funzionamento, sul cambiamento, sulla cura psicologica.
È un messaggio fuorviante, perché confonde il pubblico e indebolisce l’identità professionale. E soprattutto sposta l’attenzione su un criterio sbagliato: non più la competenza reale, la responsabilità e la qualità del lavoro, ma l’etichetta come scorciatoia per decidere chi “può” e chi “non può” stare in clinica.
Clinica, psicoterapia e competenza: non sono la stessa cosa
Qui serve una distinzione semplice.
La clinica è un ambito: riguarda la comprensione e il trattamento della sofferenza e delle difficoltà di funzionamento, con strumenti, linguaggio e responsabilità proprie dei professionisti della salute.
La psicoterapia è una formazione specifica e un insieme di metodi. È un pezzo del mondo clinico, non il suo proprietario. Il fatto che esista un percorso formativo dedicato alla psicoterapia non autorizza a trasformare quella formazione in un “monopolio culturale” della clinica.
E, ancora più importante: nessun titolo, da solo, certifica automaticamente la qualità del lavoro clinico. La qualità si vede nella competenza, nella capacità di capire davvero, nella gestione della relazione, nel ragionamento clinico, nella prudenza, nell’etica, nell’aggiornamento continuo.
Un conto è parlare di qualità. Un conto è negare lo Psicologo
Sostenere la formazione continua, valorizzare la supervisione, promuovere standard elevati: su questo si può (e si deve) discutere.
Ma un conto è dire: “alzare il livello è necessario”.
Un altro conto è affermare: “la clinica appartiene solo allo “psicoterapeuta””.
Questa non è una proposta di miglioramento. È un messaggio che, di fatto, delegittima lo Psicologo e crea confusione nel pubblico. E quando confondi le persone su “chi può fare cosa”, non stai facendo un dibattito accademico: stai incidendo sulla fiducia, sulle scelte e sulla dignità della professione.
Quando la disinformazione viene da dentro
La parte più amara è proprio questa: certe frasi non nascono sempre da ignoranza. A volte nascono da cultura, abitudine, conformismo. A volte sono il frutto dello psicoterapeuticocentrismo: l’idea che tutto ciò che è clinico diventi “vero” solo se passa attraverso una specifica etichetta.
E quando questo schema viene ripetuto pubblicamente da colleghi, il danno si moltiplica: perché diventa “autorevole” agli occhi di chi legge.
Per questo credo che sia legittimo chiedere chiarezza anche a chi, a vario titolo, ha ruoli di tutela, rappresentanza e orientamento della professione, evitando che messaggi fuorvianti diventino “senso comune” professionale.
Dov’è la solidarietà professionale?
È inevitabile chiederselo quando commenti svalutanti ottengono consenso, like, approvazione o silenzi.
Spesso non è cattiveria. È paura di esporsi, è stanchezza, è frammentazione, è quieto vivere. Ma, alla fine, il risultato è lo stesso: il silenzio lascia campo libero alla narrazione più semplice e più tossica.
E una comunità che tace mentre la propria professione viene calpestata diventa fragile. Non perché manchi il valore individuale dei singoli Psicologi, ma perché manca una risposta collettiva, ferma e pulita.
Cosa possiamo fare, concretamente
Serve una postura comune: intervenire quando circolano semplificazioni false, senza risse e senza insulti, ma con chiarezza.
Per esempio, basta anche una frase del genere: “La clinica non è la proprietà di un titolo: è un ambito. La qualità si valuta su competenze, etica e responsabilità, non sulle etichette”.
Serve anche smettere di accettare l’idea che difendere lo Psicologo significhi “attaccare” la psicoterapia. Non è quello il punto. Il punto è contrastare lo psicoterapeuticocentrismo e la disinformazione che svalutano la professione e confondono le persone.
Un invito ai colleghi: associarsi a MetaPsi Aps
Se questa battaglia culturale e professionale ti riguarda, allora ha senso smettere di restare isolati.
MetaPsi Aps è, ad oggi e per quanto mi risulta, l’unica realtà associativa nata per contrastare lo psicoterapeuticocentrismo e la svalutazione professionale dello Psicologo, e quindi per valorizzarne competenze e meriti, con una linea chiara: difendere la dignità clinica dello Psicologo, promuovere informazione corretta e costruire una comunità che sappia parlare in modo serio, pubblico e responsabile.
Se vuoi che la professione non venga “polverizzata” a colpi di commenti, il primo passo è semplice: esserci. Associarsi, partecipare, sostenere, far sentire una voce collettiva che non lasci passare come “normale” ciò che normale non è.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps




