Iscriversi a una Scuola di Specializzazione in psicoterapia è, a pensarci bene, un po’ come sposarsi.
La metafora non è una critica alle Scuole in sé, né alla psicoterapia. Serve a descrivere un’altra cosa: quando una scelta formativa diventa un imperativo morale e un criterio di superiorità, nasce lo psicoterapeuticocentrismo.
La metafora del matrimonio
All’inizio c’è l’innamoramento: il fascino del modello, la promessa di una vita professionale appagante, la sensazione di aver trovato “l’unico vero amore terapeutico”.
Poi si firma un contratto, economico, simbolico e identitario. Ci si impegna a una convivenza seria, con un linguaggio comune e una comunità di riferimento.
Poi arriva la realtà. Talvolta, insieme ai pregi, compaiono rigidità e gelosie teoriche, il timore delle “correnti” esterne, dinamiche di appartenenza. In quel punto è facile confondere la fedeltà con la dipendenza e la lealtà con l’obbedienza.
C’è chi rimane, chi si separa e chi divorzia. C’è chi sceglie la coppia aperta: rispetto per il proprio orientamento, ma libertà di confronto e integrazione. E c’è chi decide di non sposarsi affatto: per scelta, non per mancanza.
Nel grande giorno, c’è anche chi officia il rito: qualcuno che legittima l’unione, benedice le promesse, consegna l’anello simbolico dell’appartenenza.
E attorno ci sono parenti e amici: applausi, foto, brindisi. Qualcuno è raggiante, qualcuno sorride a metà, qualcuno sussurra consigli non richiesti. La festa è rumorosa, piena di aspettative e racconti sulla “vera” vita di coppia.
Immaginiamo ora un Paese in cui conta solo chi si sposa. Il matrimonio sarebbe l’unica esperienza ritenuta formativa e socialmente di valore. Solo gli sposi crescerebbero, si evolverebbero e contribuirebbero alla comunità. Convivenza, coppia aperta e scelta di restare single verrebbero lette come anomalie o immaturità.
Poi, finita la musica, resta la vita quotidiana: organizzare il tempo, affrontare le difficoltà, crescere insieme o cambiare strada.
Spiegazione della metafora
L’innamoramento
È la fase in cui un giovane Psicologo scopre un modello teorico-clinico e ne rimane affascinato. È naturale: l’entusiasmo motiva lo studio.
Il rischio nasce quando l’incanto viene scambiato per verità assoluta. In quel punto la teoria smette di essere strumento e diventa identità.
Il contratto e la convivenza
Iscriversi a una Scuola è un patto economico, simbolico e identitario. Si entra in una comunità di pensiero, si apprende un linguaggio, si interiorizza un modo di osservare la cura.
La convivenza è la pratica: lezioni, tirocini, supervisione. È preziosa se resta crescita e non diventa appartenenza cieca.
L’arrivo della realtà
Ogni Scuola ha punti forti e limiti, le sue “zone cieche”. Le gelosie teoriche e la paura delle “correnti esterne” rappresentano, quando accadono, la difficoltà a confrontarsi con visioni diverse.
Qui si distingue chi pensa da chi crede. La lealtà sana resta verso la persona e l’etica, non verso un marchio.
Rimanere, separarsi, divorziare
Restare è legittimo se si cresce e si lavora bene. Separarsi o cambiare modello non è un fallimento: spesso è maturità professionale.
La clinica si impoverisce quando si resta solo per timore di uscire dal gruppo. Si arricchisce quando si resta per qualità e risultati.
La coppia aperta: integrazione di modelli
Integrare approcci diversi non è infedeltà. Può essere autonomia e rigore, se non diventa un collage.
Integrare non significa fare collage: significa costruire un metodo coerente, dichiarato, verificabile e, quando serve, supervisionato. Servono coerenza teorica minima, valutazione dei risultati (outcomes) e trasparenza su ciò che si fa. L’obiettivo resta la persona, non la Scuola.
Non sposarsi: scelta consapevole
Non frequentare una Scuola può essere una scelta consapevole se accompagnata da formazione continua, supervisione qualificata e aderenza al Codice Deontologico – testo vigente (CNOP).
Qui il punto è semplice: non è il “titolo” a creare competenza. La competenza si vede nel metodo, nel pensiero critico, nell’etica e nella qualità del lavoro nel tempo.
Il Paese dove conta solo sposarsi: lo psicoterapeuticocentrismo
Questo Paese rappresenta lo psicoterapeuticocentrismo: la tendenza culturale a identificare la cura psicologica solo con la psicoterapia e con la figura dello “psicoterapeuta”.
Nella realtà, la legge definisce la professione di Psicologo includendo prevenzione, diagnosi, abilitazione-riabilitazione e sostegno in ambito psicologico, oltre a ricerca e didattica.
Allo stesso tempo, l’esercizio dell’attività psicoterapeutica è subordinato a una specifica formazione professionale post-lauream. La norma non crea una professione autonoma chiamata “psicoterapeuta”: disciplina un’attività e il relativo requisito formativo.
Ridurre tutto alla psicoterapia impoverisce la professione e oscura interventi efficaci. E confondere i piani alimenta gerarchie simboliche che non aiutano né i colleghi né i cittadini.
Chi officia il rito
Simbolizza formatori, direttori di Scuola e figure istituzionali che legittimano percorsi e status. È utile quando resta guida e responsabilità.
Diventa un problema quando, in alcuni contesti, assume un carattere dogmatico e trasforma la formazione in rito d’appartenenza.
Parenti, amici e platea pubblica
Rappresentano l’ambiente sociale e professionale che applaude, giudica o amplifica la “cerimonia”: colleghi, studenti, cittadini, media e algoritmi.
Così nasce lo storytelling del “vero terapeuta”. Ma dopo la festa contano qualità della cura, continuità e responsabilità clinica.
La vita quotidiana dopo la cerimonia
È la pratica reale: casi complessi, limiti personali, lavoro d’équipe, aggiornamento costante.
È il momento della verità, in cui si misura la coerenza tra competenza, etica e risultati.
Accoppiarsi con l’ideologia senza sposarsi
Si può non essere iscritti a una Scuola e vivere comunque “accoppiati” con la sua ideologia, adottandone linguaggio e regole senza libertà di pensiero.
È la monogamia dell’immaginario: adesione mentale a un’unica visione della cura. Spesso nasce da vergogna o bisogno di appartenenza. È umano cercare un posto in cui sentirsi riconosciuti, ma non dovrebbe costare la libertà di pensiero.
Se ne esce con pensiero critico e fiducia nel proprio metodo.
La chiave di volta
L’amore, nella metafora, corrisponde alla cura nella realtà: in entrambi i casi è un atto di libertà responsabile.
Scuola, convivenza, integrazione o indipendenza sono mezzi. Il fine è la salute della persona, perseguita con competenza, rispetto e trasparenza.
La pluralità delle vie non è confusione: è ricchezza scientifica, ed è un antidoto pratico a ogni dogma.



