La storia della psicologia ha abituato molte persone a collegare subito i sogni alla psicoanalisi. È comprensibile: la tradizione freudiana ha attribuito al sogno un ruolo centrale, e l’APA definisce la psicoanalisi come una forma di terapia legata all’esplorazione dei processi inconsci. Ma da questo non segue che ogni lavoro sui sogni sia, per definizione, psicoanalisi. La centralità storica di un tema in una scuola non trasforma quel tema in proprietà esclusiva di quella scuola.
La letteratura contemporanea mostra infatti che i sogni vengono utilizzati in più modelli clinici e non solo in quelli psicoanalitici. Una revisione sul loro uso nella psicoterapia moderna descrive il dream work come un’area trasversale, presente in approcci differenti; un lavoro specifico del 2021 ricostruisce il ruolo dei sogni anche nella terapia cognitivo-comportamentale; un altro contributo dello stesso anno presenta persino un approccio gestaltico strutturato al lavoro onirico. In altre parole, il sogno è un materiale psicologico che può essere letto in modi diversi, con ipotesi diverse e con obiettivi diversi.
Per questo motivo, parlare di “lavoro sui sogni” è più corretto che parlare subito di interpretazione psicoanalitica. Lavorare su un sogno può significare, a seconda dei casi, descriverlo con precisione, chiarirne le emozioni, metterlo in rapporto con eventi recenti, usarlo per far emergere schemi cognitivi, monitorare incubi ricorrenti oppure riscriverne il contenuto in chiave terapeutica. Le linee dell’American Academy of Sleep Medicine, per esempio, raccomandano per il nightmare disorder l’Image Rehearsal Therapy, cioè una tecnica che modifica il contenuto dell’incubo e ne fa ripetere mentalmente da svegli una nuova versione. Questo esempio basta a mostrare che il sogno può essere trattato anche in una cornice focalizzata, comportamentale e sintomo-orientata, molto distante dalla classica lettura psicoanalitica.
Neppure il secondo passaggio è corretto: il lavoro sui sogni non coincide automaticamente con la psicoterapia. L’APA descrive la psicoterapia come un servizio psicologico fondato soprattutto sulla comunicazione e sulla relazione professionale per valutare e trattare problemi psicologici, emotivi o comportamentali. La psicoanalisi, a sua volta, è una specifica forma di terapia. Dunque i sogni possono certamente essere usati dentro una psicoterapia, ma il semplice fatto che in un colloquio compaia un sogno non basta, da solo, a trasformare quell’intervento in psicoterapia. Il sogno è un contenuto; la psicoterapia è una cornice professionale e clinica più ampia.
Sul piano professionale italiano, la distinzione va tenuta ferma. La Legge 56/1989 stabilisce, all’articolo 1, che la professione di Psicologo comprende prevenzione, diagnosi, attività di abilitazione-riabilitazione e sostegno in ambito psicologico; all’articolo 3 stabilisce invece che l’esercizio dell’attività psicoterapeutica è subordinato a una specifica formazione professionale. Da questo quadro si può ragionevolmente dedurre che non è il singolo materiale usato — per esempio un sogno, un ricordo, una fantasia, un disegno o una narrazione — a qualificare da solo l’intervento. Contano l’obiettivo, il setting, il contratto professionale, il modello di lavoro e la competenza effettivamente posseduta. È una lettura coerente anche con il Codice Deontologico vigente del CNOP, che impone di usare solo strumenti per i quali si abbia adeguata competenza e di accettare il mandato professionale nei limiti delle proprie competenze.
Dire che il lavoro sui sogni non è psicoanalisi e non è psicoterapia, quindi, non significa sminuire né la psicoanalisi né la psicoterapia. Significa usare parole più precise. Il sogno non appartiene a una sola scuola e non ha un solo destino clinico. Può essere un materiale narrativo, emotivo, cognitivo, simbolico o sintomatico. Può essere esplorato per comprendere meglio il funzionamento della persona, per lavorare sugli incubi, per aumentare consapevolezza, per sostenere un percorso psicologico o per inserirsi dentro una psicoterapia vera e propria. Diventa psicoanalisi solo quando è trattato entro una cornice psicoanalitica. Diventa psicoterapia solo quando è parte di un trattamento psicoterapeutico. In tutti gli altri casi, resta semplicemente ciò che è: un possibile oggetto di lavoro psicologico.
Il fatto che un professionista lavori su un sogno non autorizza a chiamare automaticamente quell’intervento psicoanalisi o psicoterapia. I sogni vengono usati in modelli diversi, con finalità diverse. A fare la differenza non è il sogno in sé, ma la cornice teorica, clinica e professionale in cui viene inserito.
Fonti essenziali: APA, psychoanalysis e psychotherapy; Hill, The Use of Dreams in Modern Psychotherapy; Carcione et al., sogni nella CBT; American Academy of Sleep Medicine, nightmare disorder e Image Rehearsal Therapy; Legge 56/1989 e MUR, art. 1 e art. 3; Codice Deontologico vigente CNOP, artt. 5 e 37.



