Negli anni in cui ho scelto di espormi pubblicamente per valorizzare la professione di Psicologo e per criticare quella che definisco una deriva psicoterapeuticocentrica, mi sono trovato più volte davanti a una dinamica che, da Psicologo, considero tutt’altro che marginale. Non riguarda il dissenso, che è legittimo, fisiologico e persino necessario in ogni comunità professionale viva. Riguarda il modo in cui quel dissenso viene spesso espresso.
Accade con una frequenza sorprendente che persone che non mi hanno mai incontrato, che non hanno mai parlato con me e che non conoscono né la mia storia professionale né quella personale, si sentano comunque autorizzate ad attribuirmi pensieri, emozioni, intenzioni e motivazioni interne. Mi vengono assegnati astio, rabbia, frustrazione, risentimento, bisogno di visibilità, conflitti irrisolti. E queste attribuzioni non vengono presentate come ipotesi, ma come spiegazioni evidenti, date per scontate, trattate come se fossero fatti.
Dal punto di vista psicologico, questo fenomeno ha un nome preciso: lettura della mente.
In Psicologia, la lettura della mente consiste nell’attribuire a un’altra persona stati mentali interni — emozioni, pensieri, intenzioni, motivazioni — senza che questi siano stati esplicitati e senza che vi siano elementi osservabili sufficienti a sostenerli. È un’inferenza che smette di essere tale e viene trattata come certezza. Un errore cognitivo ben noto, ampiamente studiato, che viola un principio basilare del nostro pensiero professionale: gli stati interni non sono direttamente osservabili.
Ciò che rende questo errore particolarmente significativo non è la sua esistenza in sé, ma il contesto in cui si manifesta. Non parlo di relazioni informali o di interazioni quotidiane, ma di dibattiti tra Psicologi. Confronti che dovrebbero essere caratterizzati da rigore concettuale, prudenza epistemologica e rispetto del metodo. Ed è proprio lì che la lettura della mente emerge con maggiore forza.
La dinamica è quasi sempre la stessa. Una posizione teorica o professionale non viene condivisa. Invece di essere discussa nel merito, viene spiegata psicologicamente. Non si dice “non sono d’accordo con ciò che scrivi”, ma “scrivi così perché sei arrabbiato”, “dietro c’è astio”, “parli per difesa”, “ti senti minacciato”. L’ipotesi diventa un fatto. Il “potrebbe” si trasforma in “è”.
In quel momento il confronto si sposta. Non si risponde più alle idee, ma all’autore. O, più precisamente, a una versione immaginata dell’autore, costruita per rendere meno disturbante ciò che sta dicendo. Se ciò che scrivo nasce da un problema emotivo, allora non è necessario interrogarsi sulla fondatezza dei contenuti. Possono essere messi tra parentesi.
Qui la lettura della mente rivela chiaramente la sua funzione difensiva.
La critica allo psicoterapeuticocentrismo non è una critica alle persone. È una critica a una narrazione culturale e professionale molto radicata: l’idea che la funzione terapeutica dello Psicologo sia incompleta, minore o subordinata se non passa dal titolo di psicoterapeuta. Una narrazione in cui molti hanno investito anni di formazione, risorse economiche, aspettative, identità professionale.
Mettere in discussione questa narrazione non è solo un’operazione teorica. Per alcuni è un’esperienza destabilizzante. E quando un contenuto viene vissuto come minaccioso, la mente cerca una via rapida per renderlo tollerabile. Attribuire all’autore uno stato emotivo problematico è una delle strategie più semplici ed efficaci per farlo.
In questo senso, la lettura della mente funziona come difesa dell’identità professionale. Sposta il conflitto dal piano delle idee al piano della persona. Non discuto ciò che dici, ma spiego perché lo dici.
Molto spesso questa attribuzione non assume la forma di un attacco diretto. Non c’è insulto, non c’è aggressività esplicita. Il tono è pacato, talvolta persino benevolo o “clinico”. Ed è proprio qui che la dinamica assume i tratti di una comunicazione passivo-aggressiva.
Si dice “capisco perché scrivi così”, ma quel “capisco” non apre uno spazio di dialogo. Non esplora, non verifica, non chiede. Riduce. Chiude. Trasforma il dissenso in un sintomo. È un modo elegante per delegittimare senza assumersi la responsabilità del conflitto. Un’aggressività mascherata dal linguaggio psicologico.
Il paradosso, per chi lavora in ambito psicologico, è evidente. Queste dinamiche emergono spesso proprio da colleghi che rivendicano una formazione avanzata, anni di scuola, un lungo lavoro di analisi personale, una particolare consapevolezza dei meccanismi di difesa e delle proiezioni. Eppure, il linguaggio psicologico viene utilizzato non per interrogare se stessi, ma per spiegare l’altro. Non per sospendere il giudizio, ma per cristallizzarlo.
Conoscere i concetti non rende immuni dall’agirli in modo difensivo. Nessuna formazione, per quanto lunga, conferisce il potere di sapere con certezza cosa prova un altro essere umano. E nessuna analisi personale autorizza a trasformare il dissenso in una diagnosi implicita.
C’è poi un dato semplice, eppure sistematicamente ignorato: non mi conosci. Conosci ciò che scrivo, non ciò che penso, non ciò che provo, non ciò che mi muove. E ciò che scrivo può essere criticato, contestato, rifiutato. Ma attribuirmi stati interni senza alcuna verifica non è profondità clinica. È un salto interpretativo arbitrario.
Il mio lavoro non nasce da astio, né da rabbia, né da risentimento. Nasce da una scelta chiara: difendere e valorizzare la funzione terapeutica dello Psicologo nella sua interezza, così come è definita sul piano normativo, scientifico e professionale. Chi non condivide questa lettura è libero di dirlo. Ma spiegare psicologicamente chi la sostiene è un modo per non confrontarsi davvero con il contenuto.
È per questo che considero la lettura della mente, quando agita nei dibattiti tra Psicologi, un indicatore di incompetenza professionale non riconosciuta. Non perché chi la utilizza “non sappia nulla”, ma perché segnala una difficoltà fondamentale: l’incapacità di distinguere tra osservazione, inferenza e attribuzione. Una difficoltà che, nella nostra professione, non è secondaria. È strutturale.
Attribuirmi emozioni e intenzioni non dice nulla di me. Dice molto del bisogno, di chi lo fa, di spiegare ciò che non riesce a tollerare sul piano delle idee. Quando una verità è scomoda, è spesso più facile trasformarla in un problema psicologico di chi la enuncia, piuttosto che affrontarla per ciò che è.
La lettura della mente, allora, non è solo un errore cognitivo individuale. Nei dibattiti tra Psicologi diventa un segnale culturale. Un indicatore di quanto siamo disposti — o meno — a restare sul piano del confronto professionale, senza rifugiarci nella spiegazione dell’altro quando ciò che dice mette in crisi le nostre certezze.
E forse è proprio questo il punto più delicato. In una professione che fa della comprensione dell’altro il proprio fondamento, la tentazione di “sapere cosa l’altro prova” può diventare il modo più raffinato per smettere di ascoltarlo.

