Lo Psicologo può dire “curo e faccio terapia psicologica” senza essere “psicoterapeuta”: cosa prevede la Legge 56/1989, cosa chiede la deontologia CNOP e come comunicare con chiarezza.
C’è un equivoco che continua a creare confusione e svalutazione: l’idea che “cura” e “terapia” siano parole riservate alla psicoterapia. Da qui nasce la tentazione di autocensurarsi: evitare la parola terapia, parlare in modo vago, quasi a chiedere scusa per il fatto di lavorare clinicamente.
Ma la questione non è “posso dire terapia?”. La questione è: sto descrivendo con correttezza ciò che offro, dentro il perimetro della professione, in modo comprensibile e non ambiguo?
La Legge 56/1989 definisce un perimetro clinico
L’articolo 1 della Legge 56/1989 descrive la professione di psicologo includendo l’uso di strumenti conoscitivi e di intervento per prevenzione, diagnosi, attività di abilitazione-riabilitazione e sostegno in ambito psicologico. È, di fatto, la cornice legale di un lavoro clinico che incide sul funzionamento psicologico della persona, del gruppo e della comunità.
Se tu intervieni su sofferenza, sintomi, crisi, blocchi del funzionamento emotivo e relazionale, e lo fai con strumenti psicologici, chiamarlo “cura” e “terapia psicologica” non è uno sconfinamento: è un modo fedele di descrivere la natura dell’intervento.
L’articolo 3 non vieta la terapia psicologica: disciplina l’attività psicoterapeutica
L’articolo 3 della stessa legge non dice che lo Psicologo non possa curare o fare terapia. Stabilisce invece una condizione specifica per l’esercizio dell’attività psicoterapeutica: è subordinato a una formazione professionale dedicata, acquisita tramite corsi di specializzazione almeno quadriennali.
Qui la distinzione è semplice e decisiva: la legge disciplina l’attività psicoterapeutica quando viene esercitata come tale, ma non cancella né riduce la natura clinico-terapeutica del lavoro dello Psicologo nell’ambito dell’articolo 1.
Ecco la frase-ponte che, da sola, chiude molte contestazioni: in Italia “psicoterapia” indica un’attività con requisiti specifici; “terapia psicologica” descrive l’intervento clinico dello Psicologo nel perimetro dell’articolo 1 e non coincide automaticamente con la psicoterapia.
La deontologia chiede chiarezza e veridicità, non autocensura
Sul piano deontologico la parola chiave non è “divieto”, ma chiarezza verso l’utenza. Il Codice Deontologico – testo vigente (CNOP) richiama il dovere di responsabilità sociale e l’attenzione a non usare in modo non appropriato la propria influenza, oltre al rispetto di decoro e dignità della professione.
E l’atto CNOP sulla pubblicità informativa lo dice in modo molto concreto: l’informazione deve seguire criteri di trasparenza e veridicità del messaggio, con attenzione alla sua influenza sull’utenza.
Tradotto: non ti viene chiesto di parlare “in piccolo”. Ti viene chiesto di comunicare in modo comprensibile, verificabile, non ambiguo.
Non devi definirti dicendo cosa non sei o cosa non fai
Qui c’è un punto pratico importante.
Se non sei “psicoterapeuta”, non hai l’obbligo di costruire la tua presentazione su frasi del tipo “non sono…” o “non faccio…”. Nulla ti vieta di farlo, ma non è necessario. E spesso è pure controproducente: sposta l’attenzione dal tuo lavoro reale a una giustificazione preventiva, come se la tua identità clinica dovesse essere “difesa” invece che affermata.
È più pulito definire in positivo che cosa fai e con quale cornice professionale. Per esempio, in forma generale:
Quando parlo di cura e terapia, intendo terapia psicologica e trattamento psicologico nell’ambito della professione di Psicologo: interventi clinici su disagio e funzionamento, prevenzione, sostegno e attività di abilitazione-riabilitazione.
Questa formulazione tutela l’utente perché chiarisce contenuto e perimetro, senza ridurre lo Psicologo a ciò che “non è”.
Come prevenire l’equivoco “terapia = psicoterapia” senza rinunciare alle parole giuste
La contestazione più comune è: “un potenziale paziente potrebbe credere che si tratti di psicoterapia”.
Questo rischio nasce soprattutto quando la comunicazione è vaga o suggestiva. La soluzione non è rinunciare a “cura” e “terapia”, ma esplicitare il significato con una frase generale, centrata sul tuo lavoro:
Uso la parola terapia in senso descrittivo della terapia psicologica svolta dallo Psicologo nel perimetro della Legge 56/1989.
Se poi, in alcuni contesti, serve davvero chiudere l’ambiguità con un’ulteriore riga, puoi farlo senza trasformarla in un’etichetta identitaria:
Per chiarezza comunicativa, non presento questa attività come psicoterapia.
Noti la differenza: non è “io non sono…”, è “io descrivo correttamente ciò che offro”.
Perché rinnegare il proprio ruolo terapeutico può diventare un problema
Se il tuo lavoro è clinico-terapeutico e tu lo racconti come se non lo fosse, per timore di polemiche o per conformarti a un clima culturale distorto, rischi una comunicazione poco trasparente. Il cittadino capisce meno, sceglie peggio e resta più esposto ai luoghi comuni.
In altre parole: non è “doveroso dire terapia”, ma è doveroso non oscurare la natura clinica del proprio lavoro quando la si sta effettivamente svolgendo, perché la chiarezza informativa tutela la libertà di scelta dell’utente.
Lo psicoterapeuticocentrismo e la svalutazione degli Psicologi
L’errore opposto, altrettanto dannoso, è lo psicoterapeuticocentrismo: l’idea che “terapia” in psicologia significhi automaticamente psicoterapia e che tutto il resto sia minore o non clinico.
Questo non solo confonde i cittadini: legittima anche la svalutazione degli Psicologi non “psicoterapeuta”. E qui la deontologia è esplicita: i rapporti tra colleghi devono ispirarsi a rispetto e lealtà, e lo psicologo deve astenersi dal dare pubblicamente giudizi negativi lesivi su formazione e competenza dei colleghi.
Difendere la chiarezza verso l’utenza è corretto. Usare quella “chiarezza” come pretesto per delegittimare il lavoro clinico di altri colleghi è un’altra cosa.
Sostenere MetaPsi Aps significa sostenere anche questo principio
Se vuoi che dire “sono Psicologo, curo e faccio terapia” diventi normale, non basta ripeterlo. Serve anche un lavoro culturale: informazione corretta, parole precise, stop alle gerarchie inventate.
MetaPsi Aps, sotto la Presidenza di Enrico Rizzo, nasce con l’obiettivo dichiarato di valorizzare e tutelare il ruolo terapeutico dello Psicologo e contrastare la disinformazione che produce autocensura nei colleghi e confusione nei cittadini.
Sostenere MetaPsi Aps significa sostenere anche questo: più chiarezza, più dignità clinica, meno fraintendimenti, meno svalutazioni interne.
Enrico Rizzo, Psicologo della Sessualità Maschile, Sessuologo Clinico (Palermo)
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps (Palermo)




