Il continuum supportivo-espressivo non è un criterio giuridico utile a separare gli atti tipici dello Psicologo dall’attività psicoterapeutica. È, prima di tutto, una categoria tecnico-clinica: serve a descrivere come l’intervento viene modulato, con quote più supportive in alcuni momenti e più espressive in altri, in base ai bisogni della persona, alla fase del lavoro e al livello di funzionamento psicologico. La letteratura psicodinamica lo presenta infatti come una bussola tecnica, non come una linea normativa di confine tra professioni o tra aree rigidamente separate.
Questo chiarimento è importante perché il continuum viene talvolta usato in modo improprio. Si sostiene, più o meno esplicitamente, che gli atti tipici dello Psicologo sarebbero soltanto “supportivi”, mentre la psicoterapia inizierebbe davvero solo con l’“espressivo”. Ma questa lettura non trova un appoggio solido né nella legge né nella letteratura clinica richiamata. Sul piano normativo, la legge 56/1989 distingue la professione di Psicologo, all’articolo 1, dall’esercizio dell’attività psicoterapeutica, disciplinato dall’articolo 3. Non costruisce però questa distinzione sul continuum supportivo-espressivo.
L’articolo 1 è chiaro: la professione di Psicologo comprende l’uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico. L’articolo 3 stabilisce invece che l’esercizio dell’attività psicoterapeutica è subordinato a una specifica formazione professionale. Il punto giuridico, quindi, è questo: la legge distingue perimetri e condizioni di esercizio, non polarità tecniche come “supportivo” ed “espressivo”.
Anche sul piano deontologico il quadro è coerente. Nel testo vigente del Codice Deontologico CNOP, l’articolo 27 parla espressamente di rapporto terapeutico e di cura. L’articolo 28, sempre con riferimento allo Psicologo, richiama interventi diagnostici, di sostegno psicologico o di psicoterapia. Questo non annulla la disciplina specifica dell’attività psicoterapeutica prevista dalla legge, ma conferma che il sostegno psicologico non è collocato fuori dall’orizzonte terapeutico.
Sul versante clinico, la letteratura psicodinamica è molto netta. Gabbard scrive che oggi si tende a pensare la terapia psicoanalitica lungo un continuum espressivo-supportivo che bilancia interventi interpretativi e non interpretativi, e aggiunge che la polarizzazione tra strategie espressive e supportive è ingiustificata. Ribeiro, in una review sulla depressione e la psicoterapia psicodinamica, ricorda che gli interventi interpretativi mirano a favorire insight sui conflitti ripetitivi, mentre quelli supportive mirano a rafforzare funzioni temporaneamente non accessibili o non sufficientemente sviluppate; e precisa che l’uso di interventi più supportive o più interpretativi dipende dai bisogni del paziente.
Questo significa che supportivo ed espressivo non descrivono due professioni diverse. Descrivono, piuttosto, due poli di modulazione tecnica dell’intervento. Talvolta prevale il contenimento, talvolta prevale la chiarificazione, talvolta l’interpretazione, talvolta il rinforzo delle risorse dell’Io e dell’alleanza. Ma la presenza di una componente più espressiva non basta, da sola, a definire in termini giuridici il tipo di attività svolta. Allo stesso modo, la presenza di una componente supportive non autorizza a relegare quell’intervento fuori dalla cura o fuori dalla dimensione terapeutica.
La review di Barber sulle supportive techniques rafforza ulteriormente questo punto. Gli autori mostrano che le tecniche supportive possono essere presenti in modalità terapeutiche differenti, che possono essere impiegate all’inizio, nel mezzo e durante tutto il trattamento, e che servono non solo a mantenere l’alleanza ma anche a creare le condizioni perché il paziente possa esprimere pensieri e vissuti altrimenti troppo difficili da portare in seduta. La review conclude, con la prudenza dovuta ai limiti della letteratura disponibile, che le supportive techniques possono essere condivise da alcuni trattamenti diversi.
Un dato molto utile, e spesso poco valorizzato, viene poi dal Nomenclatore dello Psicologo del CNOP. Nella sezione “Abilitazione e riabilitazione psicologica” compaiono espressamente due voci: “Tecniche espressive di gruppo con finalità terapeutico-riabilitative” e “Tecniche espressive individuali con finalità terapeutico-riabilitative”. Solo dopo, in una sezione distinta, compaiono le voci dedicate alla psicoterapia individuale, di coppia o familiare e di gruppo. Questo dato non sostituisce la legge e non esaurisce da solo la questione giuridica, ma ha un valore descrittivo molto forte: mostra che, nello stesso lessico professionale ordinistico, le tecniche espressive non sono nominate soltanto nella sezione “Psicoterapia”, ma anche nell’area abilitativo-riabilitativa, con esplicita finalità terapeutico-riabilitativa.
Questo passaggio è particolarmente importante perché riduce ancora di più la tenuta dell’idea secondo cui l’“espressivo” coinciderebbe, di per sé, con la sola psicoterapia. Se il Nomenclatore colloca tecniche espressive anche dentro l’abilitazione e riabilitazione psicologica, allora l’uso del continuum supportivo-espressivo come prova di una separazione netta tra atti tipici dello Psicologo e psicoterapia diventa ancora meno persuasivo. Più correttamente, bisogna dire che il continuum descrive una qualità tecnica dell’intervento, non il suo statuto giuridico da solo.
Nella pratica clinica, questo significa che molte attività psicologiche rivolte alla cura possono includere, in proporzioni variabili, componenti supportive ed espressive: consultazione clinica, sostegno psicologico, lavoro diagnostico-clinico, percorsi di abilitazione-riabilitazione e psicoterapia. Ciò che cambia è il dosaggio tecnico, il setting, la formulazione del caso, la profondità del lavoro e, sul piano normativo, la disciplina specifica dell’attività psicoterapeutica. Ma non è il continuum, in sé, a produrre il confine legale.
La formulazione più rigorosa, quindi, è questa: il continuum supportivo-espressivo non differenzia da solo, sul piano giuridico, gli atti tipici dello Psicologo e l’attività psicoterapeutica. Esso descrive invece una dimensione tecnica trasversale del lavoro clinico, ben documentata soprattutto nella letteratura psicodinamica. E il fatto che il Nomenclatore dello Psicologo richiami espressamente tecniche espressive con finalità terapeutico-riabilitative dentro l’area dell’abilitazione e riabilitazione psicologica rende questa conclusione ancora più robusta.
Sintesi
Il continuum supportivo-espressivo aiuta a capire come si modula un intervento clinico.
Non è, però, il criterio con cui la legge distingue gli atti tipici dello Psicologo dall’attività psicoterapeutica.
Anche il Nomenclatore CNOP, parlando di tecniche espressive con finalità terapeutico-riabilitative nell’area abilitativo-riabilitativa, conferma che l’“espressivo” non è descritto solo nella sezione “Psicoterapia”.
Fonti essenziali
Legge 56/1989
Codice Deontologico vigente CNOP.
Nomenclatore dello Psicologo CNOP.
Gabbard sul continuum espressivo-supportivo.
Barber sulle supportive techniques across therapies.
Leichsenring e Ribeiro sul continuum interpretativo-supportivo nella psicoterapia psicodinamica



