
Questo articolo non è un attacco ai tirocini. È l’opposto: è una difesa della loro serietà. I tirocini sono indispensabili per formare professionisti competenti. Senza tirocini non esiste una professione capace di reggere la complessità clinica reale.
La criticità di cui parlo è una sola, molto precisa: quando il tirocinio viene fatto passare come “cura” pura e semplice, mentre in realtà è anche – e per definizione – formazione. Il problema non è che il tirocinante impari. Il problema nasce quando questa verità viene resa confusa, minimizzata o taciuta al paziente.
Sì, si impara facendo. Sì, ogni paziente insegna qualcosa. Ma c’è una differenza fondamentale tra due scenari. Nel primo, la cura è il fine primario e l’apprendimento del tirocinante è un effetto naturale che avviene dentro confini chiari e supervisione reale. Nel secondo, la formazione diventa il fine reale e la cura rischia di scivolare in secondo piano, mentre il paziente continua a credere di trovarsi in uno spazio pensato esclusivamente per curarlo.
Qui la questione non è tecnica. È etica. Perché quando il paziente non sa qual è il contesto reale, la relazione si altera anche se nessuno ha cattive intenzioni. Il paziente entra in una relazione asimmetrica senza un’informazione decisiva: chi ha davanti e con quale ruolo.
Da qui nascono due domande semplici.
La prima riguarda i tirocinanti. Quanto sono consapevoli del fatto che non sono lì come professionisti pienamente autonomi, ma in un contesto formativo, con limiti specifici e supervisione? E quanto riescono a stare in questa posizione senza sentirsi spinti a dimostrare di essere già “arrivati”, caricandosi di responsabilità che non possono ancora essere completamente loro?
La seconda riguarda i pazienti. Quanto sono consapevoli che davanti a loro c’è un tirocinante? Non come dettaglio burocratico, ma nel significato reale: una figura in formazione, con un certo grado di autonomia, inserita in una catena di responsabilità e supervisione.
Ed è qui che il concetto di diritto di sapere diventa concreto. Il paziente ha diritto di sapere chi lo sta seguendo, se si tratta di un tirocinante o di uno Psicologo iscritto all’Albo, chi è il responsabile clinico del percorso e come funziona la supervisione. Ha diritto di conoscere le alternative e di poter scegliere consapevolmente, se lo desidera, di essere seguito direttamente dal professionista responsabile. Senza queste informazioni, la libertà di scelta resta solo formale.
La confusione aumenta ulteriormente quando entrano in gioco parole usate in modo vago o improprio. Espressioni come “in formazione” vengono spesso impiegate senza chiarire cosa significano davvero. Dichiararsi “Psicologo in formazione” quando non si è ancora Psicologi, oppure usare formule come “psicoterapeuta in formazione” in modo da far credere al paziente di avere davanti qualcuno già legittimato all’esercizio dell’attività psicoterapeutica, non è una semplice imprecisione linguistica. È un problema di trasparenza. E senza trasparenza non può esistere una reale tutela del paziente.
Il punto non è demonizzare i tirocinanti. Il punto è proteggere tutti. Perché quando il tirocinio viene travestito da cura piena, il paziente rischia di diventare una “cavia inconsapevole” e il tirocinante rischia di recitare un ruolo che non gli compete ancora.
Affermare il valore dei tirocini significa fare una cosa molto semplice: non camuffarli. Un tirocinio è dignitoso proprio perché è formazione. È serio proprio perché dichiara che si sta imparando. È protettivo proprio perché stabilisce confini, ruoli, limiti e supervisione reale.
Ecco perché spazi di confronto come questo gruppo hanno senso anche come tutela del paziente. Non per attaccare qualcuno, ma per chiedere chiarezza. Tutelare il paziente significa chiamare le cose con il loro nome. Significa impedire che la formazione diventi un fine taciuto e che la cura diventi una giustificazione di facciata.
La chiusura è semplice e, forse, scomoda: i tirocini si difendono rendendoli trasparenti. Il paziente non deve scoprire dopo, o intuire tra le righe, che era dentro un percorso formativo. Deve saperlo prima, in modo chiaro, e deve poter scegliere. E il tirocinante deve poter imparare senza essere costretto a sembrare già un professionista pienamente autonomo.
Quando questi confini sono rispettati, vincono tutti. Vince il paziente, perché è protetto e libero. Vince il tirocinante, perché può crescere senza recitare un ruolo. Vince la professione, perché dimostra maturità e rispetto. E vincono i tirocini stessi, perché tornano a essere ciò che devono essere: formazione seria, dichiarata e tutelante.



