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“Esperto” no, “Specialista” sì: la logica contorta dello psicoterapeuticocentrismo

di Enrico Rizzo, Psicologo, Sessuologo Clinico, Presidente di MetaPsi Aps

“Non è consentito utilizzare il termine ‘esperto’ in quanto fuorviante per la trasparenza del messaggio.”

C’è un tema che genera confusione costante nella pubblicità sanitaria degli Psicologi: la parola “esperto” viene frequentemente contestata dagli Ordini, mentre “specialista” tende a passare più facilmente, anche quando è usata in modo improprio. Se ci si ferma alla superficie, sembra una questione di regole formali. In realtà, il nodo è più profondo e riguarda il modo in cui la cultura professionale italiana attribuisce valore, autorevolezza e legittimità a certe parole piuttosto che ad altre.

Prima di entrare nel merito, è importante chiarire un punto per prevenire equivoci: quanto segue non esprime un giudizio di valore sui percorsi formativi né mette in discussione la legittimità dei percorsi di specializzazione in psicoterapia, universitari o equipollenti. L’obiettivo è esclusivamente descrivere come alcune diciture, nella comunicazione verso il cittadino, possano diventare poco informative, poco trasparenti o suggestive.

Dove è scritto che “esperto” non è consentito

L’indicazione secondo cui il termine “esperto” non è consentito nella pubblicità professionale non nasce da consuetudini informali, ma è riportata in un documento di riferimento del Consiglio Nazionale Ordine Psicologi.

Nell’Atto di indirizzo sulla pubblicità informativa delle attività professionali, approvato dal CNOP il 25 maggio 2007, compare testualmente la seguente formulazione:

“Non è consentito utilizzare il termine ‘esperto’ in quanto fuorviante per la trasparenza del messaggio.”

È importante dirlo con chiarezza: non si tratta di una legge statale che vieta una parola in astratto, ma di un indirizzo deontologico e interpretativo adottato dal CNOP, che gli Ordini territoriali applicano nella valutazione della pubblicità informativa e della correttezza del messaggio rivolto al pubblico.

Perché “esperto” viene considerato fuorviante

La motivazione addotta è lineare. “Esperto” è una parola generica, non corrisponde a un titolo legale o accademico standardizzato e non è oggettivamente verificabile. Nella pubblicità sanitaria può suggerire un livello di competenza superiore senza indicare su quali basi formali quella competenza sia fondata.

La critica non riguarda l’esistenza o meno della competenza professionale. Riguarda l’effetto comunicativo della parola quando è usata come titolo, cioè come elemento che orienta la scelta del cittadino.

Il vero nodo: non il divieto di “esperto”, ma la tolleranza di “specialista”

Se il discorso finisse qui, il quadro sarebbe coerente. Il punto critico emerge osservando la prassi quotidiana.

La dicitura “specialista in…” viene spesso utilizzata come etichetta professionale e raramente contestata, anche quando non è sostenuta da un titolo accademico specifico chiaramente dichiarato. Proprio perché “specialista” suona più istituzionale, più tecnica, più “sanitaria”, il suo effetto suggestivo può essere perfino maggiore di quello prodotto da parole esplicitamente vietate come “esperto”.

Cosa significa davvero “specialista” dal punto di vista giuridico e comunicativo

Qui è necessaria una distinzione netta, per evitare fraintendimenti.

In questo articolo il termine “specialista” è inteso quando viene utilizzato come titolo o qualifica presentata al pubblico, non nel suo uso colloquiale o descrittivo, come quando si dice “mi occupo prevalentemente di…”.

Nel linguaggio comune, “specialista” richiama l’idea di una specializzazione formale e regolata. Dal punto di vista dell’ordinamento accademico, i titoli formali sono rilasciati dalle Università; laddove previsti, esistono diplomi di specializzazione secondo l’ordinamento universitario.

Nel caso della psicoterapia, oltre ai percorsi universitari, esistono anche Istituti di specializzazione riconosciuti che rilasciano un diploma di specializzazione in psicoterapia equipollente a quello universitario. Questo dato è corretto e va riconosciuto con chiarezza.

Ed è qui che va inserita una precisazione fondamentale, per evitare equivoci: qui non si contesta il diploma di specializzazione in psicoterapia. Ciò che viene messo in discussione è l’uso della dicitura “specialista in [ambito X]” come se fosse un titolo accademico specifico, quando tale titolo non esiste come specializzazione formalmente prevista e dichiarabile in modo verificabile.

In altre parole, quel diploma è in psicoterapia. Non equivale automaticamente a essere “specialista in” qualunque ambito venga nominato nella comunicazione.

E soprattutto, nessuna scuola privata di psicoterapia rilascia un titolo accademico di “specialista in” uno specifico settore, se quel titolo non è previsto dall’ordinamento accademico e non è chiaramente identificabile come tale.

Perché l’uso improprio di “specialista in…” è poco informativo, poco trasparente e suggestivo

Se si applicano gli stessi criteri che portano a contestare “esperto”, anche “specialista” può diventare problematico quando è usato come etichetta non ancorata a titoli chiari.

È poco informativo quando non chiarisce quale titolo concreto sostenga quella parola. Il cittadino non comprende se dietro vi sia una specializzazione accademica, un diploma di specializzazione in psicoterapia, un master universitario, un corso privato o semplicemente esperienza professionale.

È poco trasparente perché “specialista” richiama l’idea di una specializzazione regolata. Se questa impressione non è accompagnata da una dichiarazione chiara del titolo e dell’ente che lo ha rilasciato, il messaggio diventa ambiguo.

È suggestivo perché “specialista” è una parola gerarchica. Evoca status, livello superiore, competenza “di vertice”. Se non è sostenuta da elementi verificabili, finisce per impressionare più di quanto informi.

Dove emerge davvero lo psicoterapeuticocentrismo

Lo psicoterapeuticocentrismo non si manifesta tanto nel divieto di “esperto”, che è un punto tecnico coerente con l’idea di trasparenza informativa. Emerge soprattutto nella legittimazione culturale di tutto ciò che richiama la “specializzazione”, in particolare quando è associata alla psicoterapia.

In Italia, “specializzazione” e “psicoterapia” tendono a diventare sinonimi simbolici di vertice della competenza. Questo rende più facile normalizzare parole che richiamano quel mondo, anche quando il loro uso rischia di diventare suggestivo sul piano comunicativo.

Non si tratta di accusare singoli Ordini o singoli professionisti di malafede. Si tratta di descrivere una tendenza culturale diffusa, spesso inconsapevole: ciò che suona “specializzazione” viene percepito come più legittimo; ciò che appare più generico viene respinto.

Una regola prudente per comunicare in modo corretto

Se l’obiettivo è ridurre al minimo rischi e contestazioni, la regola più solida è la trasparenza descrittiva.

Se si possiede un diploma di specializzazione in psicoterapia, universitario o equipollente, lo si dichiara per quello che è, indicando il percorso e l’ente che lo ha rilasciato.

Se si vogliono indicare aree di lavoro o di maggiore esperienza, è preferibile farlo in modo informativo, spiegando di cosa ci si occupa, senza trasformare quell’ambito in un titolo.

In questo modo la comunicazione resta chiara, verificabile e difendibile.

Conclusione

Il sistema non è incoerente perché contesta “esperto”.
È incoerente quando tollera l’uso improprio di “specialista”.

Il problema non è una parola in sé, ma il momento in cui una dicitura smette di informare e inizia a suggerire. E proprio perché “specialista” suona più autorevole, il suo uso non ancorato a titoli chiari rischia di confondere ancora di più il cittadino.

Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps

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