Domandarsi se sia “meglio il sostegno psicologico o quello psicoterapeutico” è una domanda che nasce già impostata in modo fuorviante. Appare naturale, quasi spontanea, ma contiene un presupposto errato: l’idea che esistano due forme di sostegno clinico nettamente distinte, separabili e confrontabili come se fossero categorie autonome e concorrenti. In realtà, né la pratica clinica né il quadro normativo sostengono una contrapposizione rigida di questo tipo. La distinzione, quando esiste, è molto più sfumata e meno netta di quanto comunemente si creda.
Per comprendere l’origine dell’equivoco è necessario partire dal significato delle parole. L’espressione “sostegno psicologico” indica semplicemente un sostegno svolto da uno Psicologo, cioè da un professionista abilitato all’esercizio della professione e iscritto all’Ordine, che opera attraverso gli atti tipici: prevenzione, diagnosi psicologica, sostegno, abilitazione e riabilitazione, interventi clinici orientati al miglioramento del funzionamento mentale, psicofisico e relazionale della persona. Non si tratta di una forma minore di cura, né di una fase preliminare, né di un intervento leggero o superficiale. È cura psicologica a pieno titolo, con piena dignità clinica e sanitaria.
Quando invece si utilizza l’espressione “sostegno psicoterapeutico”, l’aggettivo non descrive un tipo di sostegno diverso sul piano tecnico o scientifico. Indica esclusivamente che il professionista che eroga quel sostegno è autorizzato all’esercizio dell’attività psicoterapeutica. Nel nostro ordinamento questo significa che si tratta di uno psicologo-psicoterapeuta oppure di un medico autorizzato all’esercizio dell’attività psicoterapeutica. È importante ricordare che la legge non istituisce una professione autonoma denominata “psicoterapeuta”, né crea una terza figura distinta dalla Psicologia. La normativa disciplina un’attività che può essere esercitata da Psicologi o Medici che abbiano completato una specifica formazione, senza introdurre strumenti o competenze ontologicamente separati.
La distinzione, dunque, è di natura giuridica e formativa. Il legislatore stabilisce chi può esercitare l’attività psicoterapeutica e quale percorso formativo sia richiesto per farlo, ma nel testo normativo non si rinviene l’affermazione secondo cui esisterebbe un bagaglio di tecniche “psicoterapeutiche” separato e distinto dagli strumenti della Psicologia. Per questo motivo non ha senso considerare il sostegno psicologico e quello definito “psicoterapeutico” come interventi appartenenti a due mondi incompatibili o qualitativamente separati.
Nella realtà dei servizi, degli studi professionali e delle équipe cliniche, infatti, la distinzione non è operativamente netta. Non esistono due universi paralleli di sostegno, uno psicologico e uno psicoterapeutico, rigidamente separati. Esiste piuttosto una pluralità di modalità operative tra gli Psicologi, con o senza autorizzazione all’esercizio dell’attività psicoterapeutica, determinate da fattori concreti: il modello teorico di riferimento, la formazione post-lauream, le esperienze specialistiche in ambiti come la sessuologia, la neuropsicologia, la psico-oncologia, la psicologia della riabilitazione, lo stile relazionale, le capacità diagnostiche, la competenza nella costruzione della relazione terapeutica, l’esperienza con specifiche psicopatologie. La dicotomia “psicologico versus psicoterapeutico” non restituisce questa complessità, ma la riduce a una rappresentazione semplificata e potenzialmente fuorviante.
Anche sul piano delle evidenze scientifiche non emerge una superiorità intrinseca del sostegno definito “psicoterapeutico” rispetto al sostegno psicologico in quanto tale, legata alla sola etichetta utilizzata. La letteratura internazionale indica con chiarezza che a predire maggiormente l’esito di un intervento sono fattori trasversali: la qualità dell’alleanza terapeutica, la chiarezza e la condivisione degli obiettivi, la coerenza tra metodo e problema portato, la competenza del professionista nel formulare un inquadramento clinico accurato e personalizzato. Il possesso di una specializzazione in psicoterapia, di per sé, non garantisce automaticamente maggiore profondità del percorso, migliore qualità della cura o risultati più efficaci. Allo stesso modo, non è affatto scontato che chi ha frequentato una scuola di psicoterapia sia più competente, in senso generale, di chi ha seguito percorsi avanzati seri e rigorosi in altri ambiti specialistici della Psicologia.
Ciò che fa realmente la differenza è sempre il professionista concreto, non l’etichetta. Contano la capacità clinica e diagnostica, la qualità della relazione terapeutica, la competenza nel leggere il funzionamento psicologico e relazionale della persona, l’abilità nel costruire interventi personalizzati, l’etica, la responsabilità e la capacità di lavorare in rete. La persona che chiede aiuto beneficia della qualità dell’intervento psicologico ricevuto, non dell’aggettivo utilizzato per presentarlo.
Per questo non è possibile stabilire a priori che il sostegno psicologico sia inferiore o che il sostegno definito “psicoterapeutico” sia necessariamente più profondo o più efficace. Dipende sempre da ciò che la persona sta cercando, dalla relazione terapeutica che si costruisce e dal livello di competenza reale del professionista. Oltre questo piano di analisi, le contrapposizioni rischiano di diventare ideologiche e di riflettere cornici culturali e aspettative sociali, più che dati clinici o scientifici.
Al di là delle etichette, il punto centrale resta uno solo: incontrare un professionista capace di prendersi realmente cura della persona. L’augurio è che chi cerca aiuto possa trovare lo Psicologo più adatto alle proprie esigenze, con o senza una formazione specifica in psicoterapia, purché operi con competenza, etica e responsabilità, nel pieno rispetto della legge, del Codice Deontologico e delle evidenze scientifiche.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps.

