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di Enrico Rizzo, Psicologo, Sessuologo Clinico

Differenza tra sostegno e attività abilitativo-riabilitative in ambito psicologico

Nel dibattito professionale e divulgativo si parla spesso di sostegno psicologico e di attività abilitativo-riabilitative come se fossero interventi nettamente separati, oppure come se uno fosse meno terapeutico dell’altro. Questa rappresentazione è fuorviante e non restituisce la complessità reale del lavoro clinico dello Psicologo.

In realtà, si tratta di due dimensioni fondamentali e complementari della cura psicologica, distinguibili sul piano teorico ma profondamente intrecciate nella pratica clinica.

Il sostegno psicologico, in ambito clinico-sanitario, è una forma di intervento terapeutico in cui lo Psicologo svolge una funzione di Io ausiliario, ovvero una funzione di supporto all’autoregolazione psicologica della persona. Attraverso la relazione professionale, il pensiero clinico e le proprie competenze, lo Psicologo aiuta il cliente o il paziente a reggere, organizzare e integrare aspetti cognitivi, emotivi o relazionali che, in un determinato momento della vita, risultano fragili o poco accessibili. È il tipo di aiuto che serve quando la persona sente di “non farcela”, quando è sovraccarica, disorientata, emotivamente scomposta o bloccata in una fase critica, e ha bisogno prima di tutto di ritrovare tenuta, continuità e senso.

Nel sostegno, lo Psicologo utilizza il proprio sapere, il saper essere e il saper fare per compensare temporaneamente una riduzione di risorse psicologiche del cliente o del paziente. Queste carenze non vanno necessariamente intese in senso psicopatologico: possono derivare da eventi di vita critici, fasi evolutive complesse, condizioni di stress prolungato o situazioni di vulnerabilità temporanea. Il sostegno ha quindi una funzione prevalentemente contenitiva, regolativa e accompagnante. Di norma non è orientato in modo prioritario allo sviluppo sistematico di nuove abilità o competenze, anche se può favorire apprendimenti impliciti e miglioramenti progressivi del funzionamento psicologico, proprio perché la persona, sentendosi più “tenuta”, torna a pensare, scegliere e agire con maggiore lucidità.

Le attività di abilitazione-riabilitazione, invece, sono interventi terapeutici in cui lo Psicologo continua a svolgere una funzione di supporto, ma con un obiettivo più esplicitamente evolutivo. In questo caso, il focus non è soltanto aiutare la persona a fronteggiare una difficoltà attuale, ma favorire lo sviluppo, il recupero o il potenziamento di abilità cognitive, emotive e relazionali che consentano un funzionamento più autonomo e adattivo. Qui il lavoro clinico non si limita a “reggere insieme” una fase difficile, ma mira a costruire o ricostruire competenze: ad esempio imparare strategie di regolazione emotiva, sviluppare abilità comunicative, consolidare capacità decisionali, potenziare il problem solving o riattivare competenze sociali che si sono indebolite nel tempo.

L’abilitazione-riabilitazione mirano a trasformare il supporto esterno in competenze interne, affinché la persona possa regolare meglio se stessa, affrontare le difficoltà della vita e partecipare in modo sempre più autonomo ai propri contesti personali e sociali. In linea con la cornice clinico-sanitaria internazionale, e in particolare con l’impostazione ICF, l’obiettivo è il miglioramento del funzionamento globale, delle attività e della partecipazione, non la sola riduzione del sintomo.

È importante sottolineare che questa distinzione ha valore prevalentemente teorico. Nella pratica clinica, infatti, sostegno psicologico e attività abilitativo-riabilitative sono quasi sempre integrate all’interno di un unico percorso di terapia psicologica. Si sostengono le parti più fragili mentre, contemporaneamente, si lavora per costruire e consolidare nuove risorse. Si contiene per permettere alla persona di restare in piedi, e nello stesso tempo si lavora perché, passo dopo passo, diventi più autonoma nel farlo.

In questo senso, sostegno e abilitazione-riabilitazione rappresentano due facce della stessa medaglia: nel loro insieme costituiscono ciò di cui una persona ha bisogno per crescere, stare bene e stare meglio nel tempo. Se volessimo dirlo in modo semplice, il sostegno aiuta la persona a reggere il presente, l’abilitazione-riabilitazione la aiutano a costruire il futuro, e insieme fanno cura.

Attorno a questi interventi circolano però alcuni luoghi comuni che meritano di essere chiariti.

Un primo luogo comune è l’idea che il sostegno psicologico sia rivolto solo a persone senza diagnosi. Questo è falso. Lo Psicologo può offrire sostegno anche a persone con una diagnosi psicologica, aiutandole a contenere una condizione di salute cronica, a convivere con i propri limiti e ad affrontare le difficoltà quotidiane per le quali non percepiscono di avere risorse cognitive, emotive o relazionali sufficienti.

Un secondo luogo comune è pensare che le attività di abilitazione-riabilitazione riguardino esclusivamente la neuropsicologia o la stimolazione di singole funzioni cognitive. Anche questa è una visione riduttiva. Secondo ampia parte della letteratura clinico-sanitaria internazionale, tali attività riguardano la presa in carico globale del funzionamento mentale, psicofisico e relazionale della persona, ogni volta che questo diventa fonte di disabilità, di limitazioni nelle attività quotidiane o di restrizioni nella partecipazione sociale.

Letti in questa prospettiva, il sostegno psicologico e le attività abilitativo-riabilitative smettono di essere etichette rigide e diventano ciò che sono realmente: strumenti essenziali della cura psicologica, pienamente interni agli atti tipici dello Psicologo e parte integrante della terapia psicologica in senso pieno.

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