Questo articolo non è contro la psicoterapia né contro i colleghi che la praticano. È contro il mito: l’idealizzazione della psicoterapia come cura “superiore per definizione” e la svalutazione, spesso aprioristica, degli atti tipici della professione di Psicologo.
Per “mito” intendo l’automatismo culturale che trasforma la parola psicoterapia in una garanzia di superiorità. Non è un giudizio sulla psicoterapia in sé, che resta spesso una scelta eccellente quando è indicata e ben praticata. Per “psicoterapeuticocentrismo” intendo proprio questo: la tendenza a mettere la psicoterapia al centro di tutto, come se fosse l’unica cura “vera”, e a leggere il resto come un aiuto minore.
Nel dibattito tra colleghi e nel modo in cui il pubblico sceglie a chi rivolgersi, circola una scorciatoia che sembra logica ma non lo è: “meglio uno Psicologo-psicoterapeuta, perché tanto è già Psicologo; quindi è automaticamente più competente”.
Qui non si vuole rovesciare una gerarchia per crearne un’altra. Non si intende affermare che chi non ha una specializzazione in psicoterapia sia “superiore” a chi ce l’ha. E non si intende sostenere che la formazione in psicoterapia sia inutile o, in assoluto, dannosa.
Al contrario: sono ben consapevole che in molti casi la psicoterapia sia un’ottima scelta e possa avere un valore clinico decisivo.
Il punto è un altro: una scelta non diventa automaticamente appropriata solo perché si chiama “psicoterapia” o perché è sostenuta da un Diploma. Questo testo mette in luce criticità, limiti, rischi e possibili effetti indesiderati quando la psicoterapia viene trasformata in un automatismo culturale e, soprattutto, quando un approccio monomodello viene applicato in modo rigido. Non per “demolire” la psicoterapia, ma per offrire una visione più completa della cura e bilanciare narrazioni riduttive alimentate dallo psicoterapeuticocentrismo.
Perché non esistono gerarchie “di gruppo” basate sui titoli
Non è corretto stabilire la superiorità di gruppi di colleghi sulla base unicamente degli attestati posseduti. Ogni professionista ha un percorso personale e professionale non sovrapponibile: esperienze, contesti, supervisione, qualità della riflessione, capacità di apprendere dall’esperienza e trasformarla in competenza clinica, oltre a variabili personali (cognitive, emotive, relazionali).
Si può talvolta valutare una competenza maggiore o minore di uno Psicologo rispetto a un altro, ma solo partendo da criteri chiari e, per quanto possibile, operazionalizzati. Ciò che non è metodologicamente corretto è trarre conclusioni automatiche e generalizzate sulle competenze “generali” di un’intera categoria.
In più, nella pratica, non esiste un indicatore semplice e universalmente condiviso che consenta di misurare e confrontare in modo rigoroso la competenza clinica individuale di tutti i professionisti. Per questo trasformare un titolo in una graduatoria “oggettiva” è spesso una semplificazione indebita.
La funzione terapeutica dello Psicologo
La funzione terapeutica dello Psicologo non dipende da un’etichetta aggiuntiva. Dipende da come applica gli atti tipici nella clinica.
Molto spesso la terapeuticità dello Psicologo consiste nell’integrare conoscenze psicologiche anche provenienti da orientamenti diversi e trasformarle in un progetto centrato su problema, funzionamento e obiettivi. È un lavoro che può includere prevenzione, diagnosi psicologica, sostegno, abilitazione-riabilitazione e trattamenti psicologici orientati al recupero del miglior funzionamento possibile.
La differenza, nella vita reale, non la fa la parola usata per descrivere l’intervento. La fa la qualità del ragionamento clinico: formulazione del caso, obiettivi realistici, scelta degli strumenti, monitoraggio degli esiti, capacità di correggere la rotta, capacità di lavorare per fasi, capacità di riconoscere limiti e di inviare o integrare altri professionisti quando serve.
In breve: lo Psicologo non “diventa terapeutico” dopo. Lo è già quando lavora bene.
La funzione terapeutica dello Psicologo-psicoterapeuta
Lo Psicologo-psicoterapeuta è uno Psicologo che ha compiuto un percorso specialistico in psicoterapia. In genere questo significa una formazione intensa su un metodo di cura (o una famiglia di metodi) e su una cornice di lavoro più tipizzata: setting, teoria del cambiamento, sequenze del processo, linguaggio clinico condiviso, supervisione coerente con quel modello.
Questa specializzazione può essere un grande valore. Ma va letta correttamente: è un approfondimento verticale, non un certificato di superiorità generale.
Essere Psicologo-psicoterapeuta può significare essere più addestrato dentro una cornice psicoterapeutica specifica. Non significa automaticamente essere più competente in assoluto, né più competente in tutte le aree della psicologia clinica e degli atti tipici applicati a contesti diversi.
Finalità, strumenti e ambiti: cosa cambia davvero nella pratica
Sul piano delle finalità, per la persona che chiede aiuto, gli obiettivi sono spesso sovrapponibili: ridurre sofferenza, migliorare funzionamento emotivo e relazionale, recuperare qualità di vita, prevenire ricadute.
Sul piano degli strumenti, nella pratica c’è molta sovrapposizione: colloquio clinico, psicoeducazione, lavoro su emozioni e pensieri, tecniche di regolazione, compiti tra sedute, interventi relazionali. La differenza, quando c’è, è nell’architettura: quanto il percorso è tipizzato dentro un metodo e quanto è modulabile sul problema e sugli obiettivi.
Qui è utile una frase netta per evitare equivoci: tecniche simili non rendono automaticamente l’intervento “psicoterapia” né sul piano della denominazione né su quello dell’offerta al pubblico. La cornice non è un dettaglio.
Sugli ambiti, spesso i contesti sono gli stessi (studio privato e servizi). Un dettaglio pratico può contare: se il “psicoterapeuta” è un medico, può prescrivere farmaci. In alcuni quadri severi questo incide sulla gestione complessiva, pur restando sempre possibile, e spesso preferibile, l’integrazione tra Psicologo e psichiatra.
Specializzazione e “specialista”: cosa significano davvero
“Specializzazione” e “specialista” sono parole descrittive, non gerarchiche.
Specializzazione significa: ho investito in modo intenso e prolungato su una direzione formativa specifica. Specialista significa: ho un approfondimento riconoscibile in quell’ambito o in quel metodo. È una fotografia dell’investimento, non un timbro di superiorità globale.
Il problema nasce quando questi termini vengono usati in modo improprio come se certificassero una superiorità formativa e professionale generale. È una conclusione che non deriva automaticamente dal titolo e che, soprattutto, non è sostenibile come regola universale.
Una specializzazione può aumentare molto la qualità clinica dentro una cornice. Ciò che contesto è l’uso del titolo come scorciatoia per concludere automaticamente “superiorità generale”.
Perché “è già Psicologo” non implica “è più competente in tutto”
Qui mi riferisco allo Psicologo-psicoterapeuta. È vero: è già Psicologo e ha anche una formazione specifica in psicoterapia. Il punto, però, è che questa informazione da sola non basta a concludere che sia automaticamente più competente su qualsiasi problema o più adatto in ogni contesto clinico.
C’è un motivo concreto: tempo, energie e risorse personali sono limitate.
Se una persona investe anni, soldi ed energie in una scuola di psicoterapia, sta scegliendo una direzione. Quella scelta può lasciare meno spazio, o uno spazio qualitativamente non sufficiente, per formarsi con la stessa intensità su altre aree della professione. È normale: è un trade-off.
Nel frattempo, un altro Psicologo può investire la stessa intensità fuori da quella direzione: esperienza nei servizi, diagnosi psicologica avanzata, riabilitazione/abilitazione, formazione mirata in ambiti specialistici, supervisione centrata su contesti specifici, ricerca, lavoro di rete. E può diventare molto competente e molto terapeutico senza passare da una scuola di psicoterapia.
Non è affatto scontato, per esempio, che uno Psicologo-psicoterapeuta abbia una casistica robusta o formazione mirata in ambito sessuologico, in psicotraumatologia o in psico-oncologia. E, allo stesso tempo, esistono Psicologi non psicoterapeuti con anni di esperienza, formazione e supervisione proprio in queste aree. La realtà è più articolata delle etichette.
La competenza non è riducibile a un attestato
La competenza generale di un professionista non è riconducibile al possesso di un Diploma di Specializzazione o di un singolo attestato.
Dipende dall’intero percorso di vita, professionale e formativo. Dipende dai contesti attraversati, dalla casistica reale, dalla qualità della supervisione, dalla capacità di aggiornarsi in modo serio, dalla capacità di riflettere sull’esperienza e trasformarla in apprendimento clinico.
Dipende anche dalle caratteristiche personali: cognitive, emotive, affettive. E dipende dalla capacità di apprendere dall’esperienza in modo funzionale alla cura: non basta “fare sedute”, serve saperle pensare, rileggerle, correggersi, vedere i propri punti ciechi, chiedere supervisione quando serve, riconoscere i limiti senza difendersi con le etichette.
Psicoterapia, diagnosi e appropriatezza: prima capire, poi curare
La psicoterapia, in quanto attività specialistica, non dovrebbe essere considerata la prima scelta automatica in assenza di una diagnosi e di una formulazione del caso chiare.
E qui “diagnosi” non significa solo dare un nome al problema. Significa anche capire che cosa lo mantiene, quali fattori di rischio e protezione sono in gioco, quali obiettivi hanno senso e quale cura è più indicata per quella persona, in quel contesto. Diagnosi non è soltanto “che cosa ho”, ma anche “che cura è adatta”.
Da respingere quindi l’idea che la psicoterapia, qualunque essa sia, sia sempre la cura più appropriata. In molti casi è un’ottima scelta. In molti altri casi può non esserlo, per ragioni concrete: mismatch tra competenze/esperienza del professionista e quello specifico problema, oppure non appropriatezza della psicoterapia (o di quel metodo) rispetto alla domanda terapeutica del paziente.
I limiti della psicoterapia come “garanzia generale”
La psicoterapia può essere molto utile, ma non è una garanzia automatica di competenza generale su tutti gli atti tipici applicati a contesti diversi. E non è neppure una garanzia automatica di appropriatezza.
La clinica è vasta: prevenzione, diagnosi psicologica, sostegno, abilitazione-riabilitazione, interventi brevi, lavoro nei servizi, contesti ospedalieri, presa in carico multiprofessionale. Molte di queste competenze richiedono training mirati e pratica concreta. Non si acquisiscono “per osmosi” solo perché si è fatto un percorso specialistico psicoterapeutico.
C’è poi la variabilità: scuole diverse hanno standard diversi e percorsi individuali molto differenti. Un Diploma certifica un percorso, non un livello uniforme e non una “qualità clinica generale” garantita.
Infine esiste un rischio possibile (non inevitabile): diventare troppo modello-centrico, leggere tutto con un’unica lente e adattare il caso al modello invece di adattare il modello al caso. Quando succede, non è “colpa” della psicoterapia: è un limite umano e formativo che si gestisce con supervisione, flessibilità e aggiornamento continuo.
I limiti della psicoterapia monomodello
Una psicoterapia monomodello può essere molto efficace quando il metodo è indicato, il professionista è competente e il caso è compatibile. Ma può diventare problematica se viene trasformata in un principio assoluto.
Un primo limite è la rigidità: quando tutto viene letto con un’unica lente, aumenta la probabilità di forzare la persona dentro il modello. Questo può ridurre l’ascolto clinico, impoverire la formulazione del caso e produrre interventi “standard” anche quando servirebbe un lavoro per fasi.
Un secondo limite è l’appropriatezza: se il metodo non è quello più indicato per quel problema, il percorso può diventare inefficace, lento o confusivo. E qui entra la logica della prevenzione quaternaria: evitare interventi non indicati o non necessari quando il rischio è di creare più danni che benefici.
Non significa che “fa male” in senso assoluto: significa che, in alcune condizioni o fasi, un intervento non indicato può essere inefficace, far perdere tempo clinicamente prezioso o peggiorare la gestione del problema.
Un terzo limite è la complessità: comorbidità, trauma, contesti di vita, fattori relazionali e medici possono richiedere integrazione, rete, invii, lavoro multidisciplinare. Un monomodello rigido rischia di non vedere il resto, o di vederlo solo come “varianti” del modello.
Per questo un monomodello “sano” non è dogma: è competenza applicata con elasticità, formulazione del caso, monitoraggio degli esiti e un piano B se il percorso non funziona.
Metodo terapeutico: non è fai-da-te e non è marketing
Qui entra il passaggio operativo: una volta chiarita l’appropriatezza clinica, resta la domanda concreta su come scegliere un metodo e un professionista senza affidarsi alle etichette.
Se la scelta di rivolgersi a un “psicoterapeuta” nasce dal desiderio di un metodo specifico, allora il criterio serio dovrebbe essere questo: che il metodo utilizzato dal professionista sia realmente indicato per il problema che si vuole affrontare, sulla base della formulazione del caso e delle evidenze disponibili.
Quando parlo di “metodo indicato” intendo una scelta evidence-based: migliori evidenze disponibili, competenza del clinico e caratteristiche/preferenze del paziente, dentro una formulazione del caso chiara.
In assenza di una chiara indicazione alla psicoterapia X o Y, la decisione di rivolgersi a uno Psicologo specializzato in quel metodo dovrebbe essere valutata con cura. Una terapia non indicata può essere inefficace, far perdere tempo prezioso o diventare dannosa. Prevenzione quaternaria significa anche evitare cure “in eccesso” o scelte non appropriate quando è plausibile un bilancio rischi/benefici sfavorevole.
La scelta del metodo terapeutico adatto dovrebbe essere valutata attentamente con uno Psicologo e non lasciata alla piena autonomia del paziente come se fosse un prodotto da scegliere a scaffale. Il paziente può portare preferenze e richieste (“voglio la terapia X”), ma la scelta responsabile nasce da una decisione clinica condivisa: diagnosi, formulazione del caso, obiettivi realistici e appropriatezza dell’intervento.
E anche quando il paziente arriva avendo già deciso quale terapia iniziare, il professionista ha un dovere preciso: prima di cominciare deve valutare, in scienza e coscienza, se quel trattamento è idoneo per quel caso specifico. Se non lo è, deve dirlo con chiarezza, proporre alternative, suggerire invio o integrazione.
Perché a volte è più appropriato iniziare con uno Psicologo non psicoterapeuta
A volte la scelta più appropriata è iniziare con uno Psicologo non psicoterapeuta, perché la domanda non richiede subito un percorso tipizzato, ma un inquadramento clinico chiaro e un progetto proporzionato.
Succede quando la persona arriva confusa e serve prima capire cosa sta succedendo, definire priorità, mettere obiettivi realistici, costruire un piano e verificare se funziona. Succede quando l’obiettivo è breve e misurabile e il lavoro deve essere pragmatico e monitorabile. Succede quando la variabile decisiva è l’esperienza specialistica in un’area (sessuologia, trauma, oncologia) più che l’etichetta “psicoterapia”.
E c’è un aspetto pratico: sostenibilità. Tempo, costi ed energie non sono dettagli. Se la sostenibilità è fragile, è più clinico impostare un lavoro proporzionato, con step chiari e verifiche, invece di iniziare un percorso lungo “per prestigio” e poi interromperlo male.
Come riconoscere scorciatoie e comunicazione poco utile
Se qualcuno nega in assoluto e in modo generalizzato le competenze terapeutiche dello Psicologo non specialista in psicoterapia, vale la pena mettere in dubbio quella affermazione. Spesso nasce da una scorciatoia mentale: identificare lo Psicologo non psicoterapeuta con un neolaureato o con un “neo-psicologo”, come se l’unica traiettoria di crescita possibile passasse da una scuola di psicoterapia.
Le generalizzazioni, quando vengono usate per svalutare in blocco colleghi che non si conoscono, raramente sono indice di giudizio maturo. Più spesso segnalano superficialità valutativa: poca contestualizzazione, poche verifiche, troppo automatismo.
Allo stesso modo, vale la pena prestare attenzione al linguaggio promozionale. Quando una comunicazione insiste su assoluti, contrapposizioni e svalutazioni, non è automaticamente prova di scarsa competenza, ma è un segnale che merita prudenza: può indicare uno stile relazionale poco riflessivo o una tendenza al giudizio.
Non sto attribuendo intenzioni o tratti personali: sto solo indicando segnali comunicativi che, da paziente, è prudente considerare con spirito critico.
Per questo invito il lettore a valutare, dove possibile, capacità effettive e non solo dichiarate: chiarezza degli obiettivi, qualità del ragionamento clinico, capacità di monitorare i progressi, disponibilità a rivedere la strategia se non funziona, trasparenza sui limiti e sugli invii quando necessari.
La fiducia è fondamentale in un percorso terapeutico, ma funziona davvero quando non è cieca. Fidarsi è bene purché la fiducia sia sostenuta dal pensiero critico.
Conclusioni
La psicoterapia è una risorsa fondamentale. Ma il mito della psicoterapia, cioè l’idea che sia sempre e comunque la cura migliore e che il Diploma certifichi superiorità, è un problema culturale e professionale.
Una scuola di psicoterapia rende specialisti in un metodo di cura. Ma “specialista” non significa superiore, più competente o più terapeutico in senso assoluto. La competenza non si certifica automaticamente con un Diploma. Si costruisce con un percorso complessivo, e si riconosce con criteri chiari e osservabili.
Non scegliere il titolo: scegli il modo in cui lavora.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps




