Scegliere lo Psicologo giusto non significa soltanto trovare una persona gentile, accogliente o capace di ascoltare. Significa scegliere un professionista in grado di offrire una relazione clinica seria, chiara, etica e concretamente orientata alla cura. Il primo controllo, il più semplice e il più importante, è verificare che si tratti davvero di uno Psicologo iscritto all’Albo Unico Nazionale del CNOP. Questo non garantisce da solo la qualità del lavoro, ma è il filtro minimo indispensabile. Inoltre, il Codice Deontologico vigente vincola tutti gli iscritti all’Albo e si applica anche alle prestazioni svolte a distanza.
Non basta il titolo: conta come lavora
Dopo la verifica dell’Albo, la domanda vera non è solo se il professionista abbia il titolo corretto, ma se appaia capace di costruire una cura leggibile, rispettosa e con una direzione clinica riconoscibile. Il Codice mette al centro dignità, autodeterminazione, autonomia della persona e responsabilità dello Psicologo per i propri atti e per le loro prevedibili conseguenze. Nella fase iniziale del rapporto professionale, inoltre, lo Psicologo deve fornire informazioni adeguate e comprensibili sulle prestazioni, sulle finalità, sulle modalità del lavoro e sui limiti giuridici della riservatezza, così da rendere possibile un consenso davvero informato.
Questo punto è decisivo. Una cura può essere inizialmente esplorativa, e non per questo confusa. Non tutto deve essere rigido o standardizzato. Però un percorso serio non dovrebbe restare vago. Quando il lavoro si perde stabilmente in racconti, intuizioni e parole che non diventano mai comprensione clinica, priorità e criteri per capire se il percorso sta aiutando, la sensazione di “navigare a vista” può essere fondata. Le raccomandazioni NICE sulla shared decision making insistono proprio su questo: la persona deve poter capire quali sono le opzioni, quali benefici e rischi comportano e come costruire insieme la decisione più adatta.
Empatia sì, ma anche concretezza
Uno Psicologo adeguato non dovrebbe limitarsi ad ascoltare. Dovrebbe anche saper pensare il caso, restituirlo in modo comprensibile e costruire una rotta. La concretezza non è freddezza, così come l’empatia non basta se non viene trasformata in lavoro clinico. Una buona cura non elimina il racconto, ma lo organizza. Lo traduce in comprensione, priorità e direzione. Anche NICE raccomanda una comunicazione chiara, comprensibile e aperta alle domande, proprio per evitare che il paziente resti passivo o confuso rispetto al percorso.
Maturità personale e responsabilità professionale
Accanto alla chiarezza conta molto la maturità personale e relazionale del professionista. Uno Psicologo affidabile non dovrebbe essere facilmente difensivo, non dovrebbe vivere le domande del paziente come un attacco e non dovrebbe irrigidirsi ogni volta che emerge un dubbio o una perplessità. Il Codice non usa sempre queste stesse parole, ma il suo impianto porta in questa direzione: rispetto della persona, tutela della libertà di scelta, responsabilità professionale e divieto di usare impropriamente il proprio ruolo.
Qui rientra anche il tema della capacità di riconoscere i propri errori. Il Codice stabilisce che lo Psicologo è responsabile dei propri atti professionali e che deve astenersi dall’attività quando propri problemi o conflitti personali interferiscono con l’efficacia della prestazione e la rendono inadeguata o dannosa. Non esiste una formula che imponga espressamente di “chiedere scusa”, ma un professionista serio deve poter riconoscere un errore, una formulazione inadeguata, una rottura della relazione o una scelta di lavoro che non ha funzionato, senza scaricare automaticamente tutto sul paziente.
Il paziente non deve essere usato
Un altro criterio decisivo è questo: il paziente non deve essere usato per soddisfare bisogni del professionista. Il Codice vieta attività che, in ragione del rapporto professionale, producano indebiti vantaggi per lo Psicologo, vieta le commistioni tra ruolo professionale e vita privata che possano interferire con il lavoro e considera gravissime le violazioni dei confini relazionali. Questo principio vale anche in forme più sottili. Uno Psicologo non dovrebbe usare la relazione clinica per sentirsi indispensabile, confermato, ammirato o moralmente superiore.
Attenzione all’eccesso di autocelebrazione
Prima ancora del primo colloquio conviene osservare anche il modo in cui il professionista costruisce la propria immagine pubblica. Indicare titoli, formazione e specializzazioni è del tutto legittimo. Il problema nasce quando attestati, certificazioni e curriculum vengono esibiti con un’enfasi eccessiva, come se servissero più a impressionare o a intimidire che a informare. Il Codice ammette la pubblicità informativa, ma richiede che sia trasparente, veritiera, scientificamente seria e rispettosa del decoro professionale. Avere una buona formazione è importante; usarla come strumento di superiorità è un altro discorso.
Attenzione anche a chi svaluta colleghi e pazienti
Un campanello d’allarme importante è l’atteggiamento stabilmente giudicante e svalutante verso gli altri colleghi. Il Codice dice chiaramente che lo Psicologo si astiene dal dare pubblicamente giudizi negativi sui colleghi relativi alla loro formazione, alla loro competenza o comunque lesivi del loro decoro e della loro reputazione professionale. Quando un professionista tende spesso a delegittimare gli altri per apparire superiore, non sta offrendo un buon segnale di equilibrio relazionale.
Va prestata attenzione anche a chi parla con leggerezza di altri pazienti in modo giudicante, sprezzante o svalutante. Qui non c’è solo un problema di tono: c’è anche un serio problema di riservatezza. Il Codice e i documenti CNOP sul consenso e sulla privacy richiedono che le informazioni apprese nel rapporto professionale siano protette e che l’informativa sia chiara anche su questo piano. Un professionista che commenta impropriamente altri pazienti sta già mostrando una criticità rilevante.
Più che parlare in modo sbrigativo di “terapeuti narcisisti”, formula che richiederebbe una valutazione clinica reale, è più corretto invitare a fare attenzione a professionisti con tratti marcatamente autoreferenziali, grandiosi, svalutanti o compiaciuti nel denigrare colleghi e utenti. Il punto non è fare diagnosi sul professionista. Il punto è osservare segnali concreti che possono rendere meno sicura, meno rispettosa e meno utile la relazione clinica.
Come capire tutto questo prima del primo colloquio
Prima del primo incontro non si può capire tutto. Non esiste una prova definitiva della qualità clinica di una persona. Si possono però cogliere indizi molto seri di affidabilità, ordine e maturità.
Il primo è formale: la verifica dell’iscrizione all’Albo. Il secondo è pubblico: il modo in cui il professionista si presenta sul sito, sul profilo professionale o sui materiali informativi. Il terzo è relazionale: come risponde a una prima mail o a un primo contatto. Una risposta chiara, rispettosa, misurata e non difensiva è un buon segnale. Una risposta evasiva, irritata, invadente o eccessivamente confidenziale molto presto è invece un elemento da osservare con attenzione.
Si può capire molto anche da ciò che il professionista chiarisce spontaneamente prima di iniziare. Se risultano comprensibili costo, durata della seduta, modalità del lavoro, regole sulle disdette, limiti della riservatezza ed eventuale possibilità di lavoro online, questo è un buon segnale di correttezza e capacità di cornice. Se invece tutto resta opaco o continuamente rimandato, è lecito interrogarsi sulla qualità del setting.
Conta anche il modo in cui il professionista si comporta nello spazio pubblico. Se appare stabilmente aggressivo, denigratorio, compiaciuto nel demolire colleghi o utenti, questo non prova automaticamente che lavori male in seduta, ma è comunque un segnale sulla regolazione personale, sull’uso del potere e sul rispetto dei confini.
In sintesi
Prima del primo colloquio non si cerca una garanzia assoluta. Si cerca la presenza delle condizioni minime perché possa nascere una buona alleanza di cura: iscrizione all’Albo, chiarezza, sobrietà, rispetto dei confini, capacità di spiegare, assenza di promesse enfatiche, disponibilità al confronto e libertà lasciata alla persona di scegliere. Lo Psicologo giusto non è quello che impressiona di più. È quello che appare abbastanza solido da reggere la relazione senza usarla, abbastanza chiaro da spiegare il lavoro senza confondere, abbastanza maturo da non difendersi sempre, abbastanza serio da riconoscere limiti ed errori, abbastanza etico da non anteporre i propri bisogni a quelli del paziente e abbastanza concreto da non perdersi in una cura senza rotta.



