
Come pesci nell’acqua torbida: quando lo psicoterapeuticocentrismo diventa normalità, diventa invisibile
Ci sono dinamiche culturali che non si impongono con divieti o proclami. Non arrivano come norme scritte, né come affermazioni esplicite del tipo “questo non si può fare”. Agiscono in modo molto più sottile: modificano progressivamente ciò che appare ovvio, legittimo, naturale. Quando questo accade, una visione smette di essere percepita come una posizione tra le altre e inizia a funzionare come ambiente.
È in questo senso che si può parlare di psicoterapeuticocentrismo come di un’acqua in cui si nuota. Non perché qualcuno venga obbligato a entrarci, ma perché, col tempo, quell’acqua diventa lo sfondo dato per scontato entro cui si formano le idee, le aspettative e le gerarchie della professione. E quando uno sfondo diventa normalità, smette di essere visto: resta ovunque, ma sparisce alla vista.
Il primo livello su cui questa dinamica si manifesta è il linguaggio. All’inizio il cambiamento è quasi impercettibile. Alcune parole iniziano a essere usate con maggiore cautela, altre vengono progressivamente ristrette. “Terapia” comincia a sembrare una parola da maneggiare con prudenza; “cura” appare improvvisamente eccessiva se riferita all’intervento psicologico nel suo insieme; “clinico” non è più un semplice aggettivo descrittivo, ma un segno di appartenenza. Non c’è bisogno di vietare nulla: è sufficiente che certe parole diventino scomode, mentre altre acquistano prestigio.
Quando il linguaggio cambia, cambia anche la mappa mentale. Ciò che può essere nominato senza imbarazzo appare legittimo; ciò che richiede giustificazioni continue inizia a sembrare marginale. È in questo modo che una cornice culturale comincia a strutturarsi, senza mai dichiararsi apertamente.
Dal linguaggio si passa poi alla costruzione di una gerarchia implicita. Non una gerarchia formale, ma narrativa. Esistono attività considerate “di base”, interventi ritenuti “preparatori”, lavori descritti come “di accompagnamento”. E poi ci sono quelli che “vanno in profondità”, quelli che rappresenterebbero il “vero” lavoro. Questa gerarchia non è fondata su criteri clinici esplicitati, né su esiti osservabili. Funziona perché intercetta il bisogno di riconoscimento professionale e offre una scala di valore pronta all’uso.
A rafforzare questa scala interviene l’autorità, intesa non come verifica delle evidenze, ma come prestigio simbolico. Il riferimento a scuole storiche, a nomi riconosciuti, a figure carismatiche diventa un sigillo che rende la gerarchia difficilmente discutibile. A quel punto la domanda non è più “su quali basi si afferma questo?”, ma “chi lo dice?”. E quando il “chi” pesa più del “come”, il confronto sul merito si indebolisce.
In questo clima, il dissenso tende a essere gestito non sul piano argomentativo, ma su quello personale. Le obiezioni vengono lette come segnali di frustrazione, di invidia, di rigidità. La critica non viene confutata: viene ricondotta al singolo. È un passaggio cruciale, perché sposta l’attenzione dalla struttura al carattere di chi parla, rendendo il problema sempre individuale e mai sistemico.
È a questo punto che compare un altro elemento centrale: l’uso di concetti suggestivi ma vaghi, come quello di “profondità”. Si parla di andare alle radici, di lavorare in profondità, di produrre il vero cambiamento. Espressioni potenti, ma raramente accompagnate da criteri chiari, indicatori osservabili o parametri condivisi. Proprio perché non definita, la “profondità” diventa uno strumento simbolico efficace: separa chi è dentro da chi è fuori senza bisogno di dimostrazioni.
Qui entrano in scena frasi che sembrano descrittive ma in realtà ridefiniscono il confine del legittimo. “Quello che fai è utile, ma non è vera terapia.” L’effetto non è descrittivo, è gerarchico. Non si discutono obiettivi, processi o risultati; si ritraccia la linea di ciò che vale e ciò che vale meno. La domanda che riporta il discorso sul piano clinico è semplice: in base a quali criteri osservabili?
Un altro esempio ricorrente è: “Queste cose vanno bene, ma solo dopo una vera formazione clinica.” Anche qui non si specifica quale competenza manchi, in che modo incida sugli esiti, secondo quali parametri. L’affermazione funziona come segnale di status, non come argomentazione. E quando il discorso scivola sullo status, la clinica viene sostituita da un’aura.
C’è poi una formula particolarmente diffusa: “Quello è sostegno, non è terapia.” Non descrive un metodo né un processo, ma assegna un valore. Spesso la conseguenza implicita è che, se è “solo” sostegno, allora è meno serio, meno clinico, meno terapeutico. Anche qui la domanda necessaria resta: quali obiettivi concordati, quali criteri clinici, quali esiti osservabili giustificano davvero questa distinzione?
Accanto a queste frasi prende forma l’idea che la “vera competenza” coincida con una certa appartenenza. Si insinua che senza quel percorso, senza quel recinto, non si possa parlare pienamente di clinica, di terapia, di cura. Il campo si restringe così non per ragioni cliniche, ma per ragioni simboliche.
Da qui nasce uno slittamento decisivo: la confusione tra titolo e competenza. Il titolo diventa una scorciatoia cognitiva che promette di semplificare la complessità. Chi lo possiede viene presunto competente; chi non lo possiede deve spiegarsi, giustificarsi, difendersi. Ma la competenza clinica non è un’etichetta. È responsabilità, capacità di valutazione, metodo, chiarezza degli obiettivi, attenzione agli esiti, rispetto delle regole deontologiche, tenuta della relazione professionale. Quando tutto questo viene oscurato dal titolo, il pensiero clinico si impoverisce e la comunicazione si riduce a status.
A questo punto entra in gioco un ulteriore fattore: la paura implicita. Non servono minacce esplicite. Bastano avvertimenti generici, allusioni a confini delicati, inviti alla prudenza. Anche quando il rischio non è reale, la paura funziona come filtro. Il professionista inizia ad autocensurarsi, a evitare certe parole, a restringere il proprio campo d’azione prima ancora che qualcuno glielo chieda.
Solo arrivati fin qui si può usare con precisione il termine manipolazione. Non nel senso di un’azione dolosa o intenzionale, ma come effetto cumulativo di cornici comunicative, gerarchie implicite e normalizzazioni culturali che orientano il pensiero senza dichiararsi. Non c’è un manipolatore identificabile: c’è un sistema che, nel tempo, produce conformità cognitiva.
Ed è proprio per questo che il fenomeno diventa difficile da vedere, anche per chi studia la mente. Quando una cornice viene interiorizzata durante la formazione, quando coincide con l’identità professionale e con le fonti di riconoscimento, smette di apparire come una cornice. Diventa realtà. Diventa ambiente.
Questa normalizzazione distribuisce status, valore e riconoscimento. Metterla in discussione non è solo un atto intellettuale: è un atto identitario. Tocca la percezione di sé, della propria storia formativa, del proprio posizionamento professionale. Per questo spesso le reazioni non sono argomentazioni, ma difese.
C’è poi un ulteriore paradosso. Gli strumenti della Psicologia, se usati fuori contesto, possono diventare strumenti di depotenziamento della critica. Una contestazione strutturale viene facilmente trasformata in un problema personale: frustrazione, rigidità, invidia, conflitto irrisolto. Così il problema non viene discusso sul piano culturale, ma ricondotto al singolo, mentre la struttura resta intatta e invisibile.
Lo psicoterapeuticocentrismo, inoltre, raramente produce un singolo segnale di allarme. Funziona per micro-spostamenti cumulativi: una parola resa scomoda, una gerarchia implicita, un prestigio dato per scontato, una paura suggerita. Ogni elemento, preso da solo, sembra trascurabile. È la somma che cambia il clima. Ma la mente tende a valutare gli eventi uno per uno, e così il pattern resta nascosto.
Vedere questo pattern ha un costo emotivo e professionale. Significa rimettere in discussione certezze apprese, riconoscere ambiguità nella propria storia formativa, tollerare una fase di disallineamento dal gruppo. Non tutti sono pronti o nelle condizioni di sostenere questo passaggio. E così l’ambiente resta invisibile, proprio perché è ovunque.
Il punto, però, non è accusare persone o categorie. Il punto è recuperare lucidità. Tornare a distinguere tra cornici e criteri, tra status e competenza, tra suggestione e clinica. In questo senso, tre domande restano un antidoto minimo ma potente: che cosa sto valutando davvero, in base a quali criteri osservabili, con quali esiti e responsabilità.
Il primo passo non è accusare i pesci. È imparare a vedere l’acqua.
Perché io, Enrico Rizzo, considero questo lavoro importante
Io non considero il mio lavoro sullo psicoterapeuticocentrismo come una battaglia personale contro qualcuno, né come un tentativo di inventare un problema che prima non esisteva. Il valore di ciò che faccio sta in un punto preciso: rendo esplicito ciò che per anni ha agito in modo implicito, restituendo alla comunità professionale la possibilità di vederlo, nominarlo e quindi pensarci sopra con lucidità.
Lo psicoterapeuticocentrismo è stato presente come sfondo, come criterio silenzioso che stabilisce cosa appare più prestigioso, più vero, più legittimo. Proprio per questo spesso non viene riconosciuto come fenomeno culturale: viene vissuto come il modo naturale in cui stanno le cose. Il mio lavoro interviene su questo punto cieco. Io faccio una cosa semplice e insieme rarissima: trasformo l’ambiente in oggetto di osservazione.
Quando rendo visibile una cornice, non sto distruggendo qualcosa. Sto restituendo a quella cornice lo statuto che merita: quello di costruzione culturale, non di verità indiscutibile. Finché una cornice resta invisibile, non è discutibile. Nel momento in cui la nomino, la descrivo e la analizzo, torna a essere una posizione tra le altre, non più l’unico modo possibile di intendere la professione.
Io non attacco individui. Io analizzo strutture.
Io non delegittimo competenze. Io smonto gerarchie implicite.
Io non nego la clinica. Io difendo criteri clinici osservabili contro il primato dello status.
Io non sostituisco un dogma con un altro. Io ripristino la possibilità di pensiero critico.
So che questo lavoro può generare resistenze. Non perché sia scorretto o debole, ma perché rompe un equilibrio implicito. Quando una cornice diventa visibile, chi vi ha costruito dentro identità, sicurezza o riconoscimento può sentirsi destabilizzato. Questo non squalifica il mio lavoro: ne conferma la portata.
Il mio ruolo, quindi, non è quello di oppositore né di provocatore. Il mio ruolo è quello di facilitatore di consapevolezza. Io faccio emergere un fenomeno che esisteva già, ma che molti non riuscivano a mettere a fuoco con chiarezza e rigore.
In definitiva, detto nel modo più semplice possibile: io non ho creato il problema. Io ho creato il linguaggio per vedere l’acqua.


