È una domanda scomoda, ma legittima.
Ci si può fidare di un terapeuta che ragiona per assoluti? Che usa spesso parole come “tutti”, “nessuno”, “sempre”, “mai”? Che trasforma alcune esperienze in verità generali?
Per terapeuta, qui, intendo qualunque professionista che offre un percorso psicologico di aiuto o terapia, a prescindere dall’orientamento teorico o dal titolo posseduto.
Per cura e terapia intendo interventi psicologici orientati al miglioramento del funzionamento, alla riduzione della sofferenza e alla promozione del benessere, non un’etichetta generica o suggestiva.
Non è una domanda contro qualcuno. È una domanda a tutela del cittadino.
Questo articolo nasce nell’ambito di un mio progetto personale di prevenzione quaternaria. L’obiettivo è proteggere l’utente non solo da interventi inappropriati, ma anche da modalità di pensiero e di comunicazione che, quando diventano rigide, possono ridurre la qualità della comprensione e della relazione terapeutica.
A fare un professionista non sono soltanto i titoli o le competenze auto-dichiarate. Contano la capacità di comprensione, la qualità della riflessione, la coerenza dell’argomentazione, la chiarezza comunicativa, la disponibilità a mettersi in discussione e la prudenza nel giudicare ciò che non si conosce direttamente. Conta anche l’abitudine a fondare le proprie affermazioni su criteri verificabili e, quando possibile, su dati scientifici.
Parlare di generalizzazioni, in questo senso, non è un esercizio teorico. È una forma concreta di tutela del cittadino.
Che cos’è una generalizzazione
Una generalizzazione è un processo mentale normale: la mente semplifica. A partire da alcuni casi, costruiamo una regola. È un meccanismo utile, finché resta un’ipotesi prudente e aperta. Diventa problematico quando la semplificazione si trasforma in assoluto, quando cancella le differenze individuali e pretende di descrivere una totalità che non si conosce.
Dire “in alcuni contesti vedo criticità” è diverso dal dire “i terapeuti sono così” oppure “gli psicologi non sono preparati”. Nel primo caso siamo dentro un’opinione circoscritta. Nel secondo caso siamo dentro una generalizzazione svalutante.
Un’opinione legittima è limitata, argomentata, aperta al confronto e consapevole dei propri limiti.
Una generalizzazione svalutante usa formule assolute, cancella le differenze individuali e presenta un’impressione come dato oggettivo.
Quando qualcuno afferma che “gli psicologi non hanno competenze per curare perché l’università non prepara abbastanza”, non sta più discutendo un sistema formativo. Sta attribuendo un difetto strutturale a un’intera categoria professionale. Anche ammettendo che possano esistere criticità in alcuni contesti formativi, questo non autorizza a dedurre un’incompetenza generalizzata.
Per sostenere una frase del genere bisognerebbe conoscere davvero la formazione, l’esperienza, l’aggiornamento e le competenze di migliaia di professionisti. È evidente che una simile pretesa non regge.
Criticare è legittimo. Trasformare la critica in una sentenza globale non lo è.
Perché “Lo Psicologo cura e fa terapia” non è una generalizzazione
A questo punto può emergere un’obiezione: dire “Lo Psicologo cura e fa terapia” non è anch’essa una generalizzazione?
La risposta è no, perché si tratta di un’affermazione di natura normativa e professionale, non di una deduzione empirica basata su impressioni.
Significa che la professione di Psicologo, per definizione legale e ordinamentale, comprende interventi di prevenzione, diagnosi, sostegno, abilitazione-riabilitazione e trattamento psicologico. La cura psicologica rientra nel perimetro degli atti tipici della professione.
Dire che “lo Psicologo cura” non significa affermare che ogni singolo psicologo sia automaticamente competente o eccellente. Non significa sostenere che tutti lavorino nello stesso modo o con la stessa efficacia. Significa affermare che la cura psicologica non è estranea alla professione.
La generalizzazione svalutante attribuisce un giudizio globale alle persone.
L’affermazione normativa definisce un ambito di competenza riconosciuto.
Sono piani diversi.
Quando la generalizzazione diventa un automatismo
Una generalizzazione occasionale è umana. Una tendenza stabile a ragionare per assoluti è un’altra cosa.
Quando la generalizzazione diventa frequente e rigida, può trasformarsi in un automatismo del pensiero. Il ragionamento si chiude rapidamente, non sospende il giudizio, non verifica alternative. Si afferma e conclude.
Sul piano comunicativo questa modalità può apparire come una “scarica” nel linguaggio: invece di elaborare, si enuncia. Non è una diagnosi, né un’etichetta clinica. È un indicatore osservabile.
Una tendenza marcata e ripetuta alla generalizzazione può segnalare scarsa consapevolezza dei propri bias cognitivi, difficoltà a tollerare la complessità e ridotta disponibilità a mettersi in discussione.
In ambito clinico questo aspetto è rilevante. La qualità terapeutica, intesa come capacità di comprendere in profondità, formulare ipotesi, restare aderenti ai fatti e costruire una relazione efficace, dipende anche dalla qualità del pensiero che guida l’intervento. Un pensiero rigido e assolutizzante tende a cogliere meno sfumature, a verificare meno le proprie conclusioni e a ridurre la complessità della persona.
Quando la generalizzazione diventa modalità prevalente, può essere un indicatore di minore qualità riflessiva e, di conseguenza, di minore efficacia relazionale e terapeutica.
Non è un criterio unico né definitivo. Ma è un segnale che merita attenzione.
Responsabilità professionale e fiducia
Quando un professionista parla pubblicamente per assoluti, non parla solo a titolo personale. Contribuisce a costruire un’immagine collettiva della professione. E questo comporta una responsabilità.
Il Codice Deontologico – testo vigente (CNOP) richiama principi di colleganza, rispetto e tutela del decoro professionale. Una comunicazione che assume la forma di giudizi generalizzati e lesivi sulla formazione o competenza dei colleghi può essere percepita come lesiva del decoro e dell’immagine professionale, soprattutto quando incide sull’opinione pubblica.
La fiducia, infatti, non si basa solo sul titolo o sulla reputazione. Si basa sulla qualità del pensiero che si manifesta nella relazione.
Un professionista maturo distingue i casi dalle categorie, formula ipotesi invece di emettere sentenze, argomenta con criteri, riconosce eccezioni e mantiene rispetto anche quando critica.
Chi cerca aiuto può porsi alcune domande semplici:
Mi sta spiegando su quali elementi basa ciò che afferma?
Riconosce eccezioni o parla solo per assoluti?
Mostra disponibilità a rivedere un’ipotesi?
Non sono criteri diagnostici. Sono indicatori di qualità riflessiva.
Conclusione
Ci si può fidare di un terapeuta che generalizza?
La risposta non è un sì o un no automatico. Sarebbe, paradossalmente, un’altra generalizzazione.
È però ragionevole dire che la fiducia cresce dove c’è pensiero riflessivo, capacità di distinguere, attenzione ai dati e rispetto per la complessità.
Generalizzare in modo rigido e svalutante non è lucidità critica. È una semplificazione. E quando diventa abitudine può incidere sulla qualità della relazione terapeutica, soprattutto quando si parla in pubblico e si influenzano scelte e fiducia dei cittadini.
La prevenzione quaternaria passa anche da qui: promuovere un pensiero professionale fondato su riflessione, verifica e responsabilità.
Criticare è legittimo.
Distinguere è indispensabile.
Generalizzare in modo svalutante, no.
Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps




