Nei confronti professionali tra Psicologi, soprattutto online, succede spesso la stessa cosa: si parte da un tema serio (titoli, competenze, formazione, supervisione, comunicazione pubblica) e in pochi scambi il dialogo si irrigidisce. Non perché manchino argomenti, ma perché entrano in gioco tre trappole cognitive che, a gravità crescente, spostano l’attenzione dal merito al rumore: superficialità, pregiudizio e rigidità cognitiva.

Uso questi termini come descrizione di modalità di ragionare e comunicare, non come etichette sulla persona. Sono dinamiche che possono comparire in chiunque, anche in professionisti preparati, soprattutto quando si toccano identità, status e riconoscimento.

Superficialità: la più frequente e la meno grave

La superficialità è il livello più comune, spesso alimentato da fretta, distrazione, sovraccarico informativo e desiderio di intervenire rapidamente.

Nei confronti professionali si manifesta quando si legge o si ascolta a metà e si risponde sul frammento, non sul senso complessivo. Oppure quando si semplifica un tema complesso in una formula che fa risparmiare fatica, ma taglia via contesto, condizioni ed eccezioni.

Esempi tipici:

  • commentare dopo due righe, senza aver colto struttura e sfumature;
  • estrapolare una frase e ignorare il resto del ragionamento;
  • confondere un caso con una regola generale;
  • scambiare “può accadere” con “accade sempre”.

Qui il danno è spesso recuperabile: basta rallentare, rileggere, chiedere chiarimenti. È un errore di metodo, più che di intenzione.

Pregiudizio: quando si decide prima chi è credibile

Il pregiudizio è più grave perché non riguarda solo il modo in cui si legge, ma il modo in cui si valuta. È un giudizio anticipato su colleghi, scuole, titoli o posizionamenti, prima ancora di entrare nel merito.

In pratica, il confronto smette di essere “questa tesi regge?” e diventa “questa persona è autorizzata a dirlo?”. È una scorciatoia potente, perché protegge l’identità e riduce l’incertezza, ma impoverisce il confronto.

Esempi tipici:

  • valutare un’idea in base a chi la esprime, non a cosa afferma;
  • ragionare in base a etichette, appartenenze o scorciatoie reputazionali;
  • trasformare un titolo in una prova automatica di competenza o incompetenza;
  • selezionare solo esempi che confermano la propria posizione.

Il risultato è un dialogo che si irrigidisce: si difende una posizione più che un’argomentazione. E quando la posta in gioco è reputazionale, il pregiudizio diventa un acceleratore di conflitto.

Rigidità cognitiva e scarsa verifica

Arriviamo al punto più delicato. Qui non si parla di intelligenza, ma di una modalità comunicativa fatta di rigidità cognitiva e scarsa verifica. In sostanza: parlare con certezza senza controllare, e restare impermeabili alla correzione quando arrivano dati, riferimenti o chiarimenti.

È la forma più grave perché blocca il meccanismo base del confronto professionale: la disponibilità a precisare, correggere, aggiornare.

Esempi tipici:

  • citare “la legge” o “il codice” senza aver letto i testi o senza riportare riferimenti verificabili;
  • trasformare un’opinione in regola assoluta (“è così e basta”);
  • ignorare correzioni documentate e ripetere la stessa affermazione;
  • confondere esperienza personale con prova universale e difenderla come se fosse un fatto.

Quando questa modalità si attiva, non si tratta più di un fraintendimento recuperabile. Si crea un circuito chiuso: le evidenze non entrano, la posizione non cambia, e la conversazione finisce per funzionare come una dinamica difensiva e competitiva, più che come un’analisi del merito.

Come si scivola dal meno grave al più grave

Spesso la traiettoria è graduale: prima si capisce male o si semplifica troppo (superficialità), poi si decide chi è credibile in base a etichette e scorciatoie reputazionali (pregiudizio), infine si parla con certezza senza verificare e ci si incolla alla propria tesi (rigidità cognitiva e scarsa verifica).

A quel punto il confronto non chiarisce più. Tende a diventare una dinamica difensiva.

Un criterio semplice per restare professionali

Un filtro pratico, che regge bene anche nei confronti più tesi:

  • ho letto tutto e ho capito il contesto prima di rispondere?
  • sto valutando l’argomento o sto valutando la persona/gruppo?
  • che cosa, concretamente, mi farebbe cambiare idea?

Questo non rende “deboli”. Rende affidabili.

Una nota sulla comunicazione pubblica tra Psicologi

Quando il confronto è pubblico, c’è un punto che spesso sfugge: l’effetto su chi legge conta quanto l’intenzione di chi scrive. Se un confronto tra colleghi produce confusione, delegittimazioni o semplificazioni aggressive, l’impatto non resta “tra noi”. Ricade sugli utenti, sui pazienti, sulla fiducia nella professione.

Per questo, anche quando non si è d’accordo, la qualità del confronto è già parte della professionalità: verificare, argomentare, correggersi quando serve, e scegliere parole che riducano l’equivoco invece di alimentarlo.

Enrico Rizzo, Psicologo, Presidente di MetaPsi Aps