Esiste una forma di svalutazione dello Psicologo che non nasce soltanto dall’esterno. A volte prende forma anche all’interno della stessa comunità professionale. È ciò che definisco psicologofobia interiorizzata: un processo culturale, identitario e comunicativo attraverso cui alcuni Psicologi finiscono per assorbire e riprodurre narrazioni che ridimensionano o delegittimano la propria professione.

Propongo questo concetto partendo, per analogia, dal concetto di omofobia interiorizzata. Naturalmente i due fenomeni non sono sovrapponibili. L’omofobia interiorizzata riguarda l’interiorizzazione dello stigma legato all’orientamento sessuale. La psicologofobia interiorizzata, invece, viene usata in questo articolo per descrivere l’interiorizzazione di narrazioni svalutanti rivolte alla professione di Psicologo.

L’analogia serve solo a chiarire il meccanismo culturale: quando una svalutazione esterna viene assorbita, fatta propria e poi riprodotta anche da chi ne subisce gli effetti.

Il termine viene utilizzato qui in senso descrittivo e riflessivo. Non indica una diagnosi clinica, né una categoria psicopatologica formalmente riconosciuta. Serve piuttosto a descrivere una dinamica culturale che può emergere quando una professione interiorizza rappresentazioni svalutanti di sé stessa.

Il concetto fa riferimento alla tendenza, presente in alcune narrazioni professionali e mediatiche, a rappresentare lo Psicologo come una figura intrinsecamente insufficiente rispetto alla cura della sofferenza psicologica.

La psicologofobia interiorizzata emerge quando lo Psicologo inizia a percepire la propria professione come “non abbastanza”. Compare quando si diffonde l’idea che lo Psicologo possa soltanto ascoltare, orientare, fare test o accompagnare, mentre la vera cura verrebbe attribuita esclusivamente ad altro.

Naturalmente, valorizzare la psicoterapia o la formazione specialistica non significa automaticamente svalutare la professione di Psicologo. La formazione specialistica rappresenta per molti professionisti un importante percorso di approfondimento clinico e metodologico. Il problema nasce quando questo valore viene trasformato, implicitamente o esplicitamente, in una narrazione che riduce la professione di Psicologo a qualcosa di incompleto o secondario.

In questi casi il titolo di Psicologo rischia di essere percepito come una condizione transitoria, subordinata o insufficiente, anziché come una professione sanitaria autonoma con competenze definite dalla legge.

Il nodo centrale non è negare l’importanza della psicoterapia. È evitare semplificazioni assolute che finiscono per oscurare gli Atti Tipici dello Psicologo previsti dalla Legge 56/1989: prevenzione, diagnosi, sostegno psicologico, abilitazione e riabilitazione.

Queste attività non sono semplici funzioni accessorie. Sono attività professionali sanitarie orientate alla tutela della salute psicologica, alla riduzione della sofferenza e al miglioramento del funzionamento personale, relazionale e sociale.

Affermare questo non significa sostenere che ogni intervento psicologico coincida automaticamente con la psicoterapia, né che tutti gli Psicologi possano operare indistintamente in ogni ambito clinico. Ogni professionista deve agire nei limiti delle proprie competenze, della formazione posseduta, dell’esperienza maturata e delle norme vigenti, valutando quando siano necessari invio, collaborazione interdisciplinare o percorsi differenti.

La psicologofobia interiorizzata si manifesta spesso attraverso formule come:

“Lo Psicologo non cura.”

“Lo Psicologo può solo fare sostegno.”

“Chi soffre davvero ha bisogno solo di psicoterapia.”

“Lo Psicologo senza specializzazione non può fare clinica.”

Queste affermazioni non devono essere interpretate automaticamente come attacchi intenzionali alla professione. In molti casi nascono da convinzioni teoriche, percorsi formativi, modelli culturali o differenti visioni del lavoro clinico. Tuttavia, quando vengono formulate in modo assoluto o generalizzante, possono contribuire a trasmettere una rappresentazione riduttiva del ruolo dello Psicologo.

Il rischio è che la professione venga percepita come preparatoria, subordinata o priva di reale funzione terapeutica.

Questa dinamica si inserisce in un contesto culturale più ampio, spesso definito psicoterapeuticocentrismo: una visione che tende a collocare la psicoterapia al centro esclusivo della cura psicologica, fino a oscurare altri interventi professionali previsti dalla normativa e praticati quotidianamente dagli Psicologi.

In questo clima culturale alcuni professionisti possono finire, anche inconsapevolmente, per interiorizzare la stessa narrativa svalutante che colpisce la professione.

È qui che la psicologofobia diventa interiorizzata: quando lo Psicologo stesso inizia a dubitare del valore clinico, terapeutico e sanitario della propria funzione professionale.

Questo fenomeno può avere conseguenze anche sul piano sociale e comunicativo. Se passa il messaggio che lo Psicologo non possa realmente aiutare chi soffre, alcune persone potrebbero sottovalutare gli interventi psicologici, ritardare richieste di aiuto appropriate, sviluppare un’immagine distorta delle competenze dello Psicologo e credere che ogni forma di sofferenza richieda necessariamente interventi altamente specialistici.

Inoltre, si rischia di creare una gerarchia simbolica tra professionisti “più terapeutici” e professionisti “meno terapeutici”, basata più su rappresentazioni culturali che su una reale valutazione dei bisogni clinici e delle competenze concretamente esercitate.

È importante chiarire un punto essenziale: sostenere il valore terapeutico degli Atti Tipici dello Psicologo non significa negare la specificità giuridica dell’attività psicoterapeutica prevista dall’art. 3 della Legge 56/1989, né sostenere che ogni Psicologo possa utilizzare qualunque metodo o definirsi “psicoterapeuta” senza i requisiti previsti dalla legge.

Il punto è un altro: la funzione di cura psicologica non può essere ridotta esclusivamente alla psicoterapia.

Lo Psicologo opera quotidianamente nella prevenzione del disagio, nella diagnosi psicologica, nel sostegno clinico, nell’abilitazione-riabilitazione, nella promozione della salute, nella gestione delle crisi emotive, nelle difficoltà relazionali, nei contesti sanitari, scolastici, territoriali, organizzativi e comunitari.

In tutti questi ambiti può contribuire alla riduzione della sofferenza, al recupero di risorse e al miglioramento del funzionamento psicologico della persona.

Ridurre tutto questo a “non cura” rischia di semplificare eccessivamente la realtà professionale.

Contrastare la psicologofobia interiorizzata non significa creare conflitti tra colleghi né svalutare la psicoterapia. Significa promuovere una comunicazione più precisa, meno gerarchica e più coerente con la complessità della professione psicologica.

Significa anche evitare narrazioni assolute che rischiano di produrre, magari involontariamente, un danno culturale alla professione.

Una comunità professionale matura dovrebbe riuscire a valorizzare la formazione specialistica senza trasformarla nell’unico criterio simbolico di legittimazione clinica. Dovrebbe riuscire a riconoscere il valore della psicoterapia senza oscurare il ruolo terapeutico degli interventi psicologici più ampi.

Per affrontare questa questione non basta una riflessione teorica. Servono anche spazi concreti di confronto, ascolto e consapevolezza professionale.

Anche per questo ho creato e gestisco gruppi Facebook dedicati alla valorizzazione della funzione di cura dello Psicologo e alla riflessione critica sullo psicoterapeuticocentrismo. Si tratta di spazi nati con l’obiettivo di favorire confronto, informazione e maggiore consapevolezza sul ruolo clinico, sanitario e terapeutico dello Psicologo.

Nella stessa direzione, insieme a MetaPsi Aps, è stato creato anche un gruppo di Intervisione dedicato ai soci e alle socie MetaPsi che desiderano riflettere sull’impatto che alcune narrazioni professionali possono avere sulla propria identità lavorativa, sul rapporto con i pazienti e sul modo di vivere la professione psicologica.

L’obiettivo non è contrapporre professionisti diversi o creare divisioni interne alla categoria. L’intento è favorire uno spazio di riflessione condivisa su come certe rappresentazioni culturali possano incidere sulla sicurezza professionale, sulla percezione del proprio ruolo e sul valore attribuito agli Atti Tipici dello Psicologo.

Riflettere insieme su questi temi significa anche contrastare la psicologofobia interiorizzata: non per sostituire un dogma con un altro, ma per recuperare parole più precise, maggiore consapevolezza professionale e fiducia nella piena dignità della professione psicologica.

La professione di Psicologo non è un’identità incompiuta in attesa di diventare altro. È una professione sanitaria autonoma, con responsabilità, limiti, competenze e Atti Tipici definiti dalla legge.

Quando una professione interiorizza la propria svalutazione, il rischio è che finisca lentamente per trasmettere quella stessa svalutazione anche alla società.

Per questo parlare di psicologofobia interiorizzata non significa cercare nemici interni, ma riflettere criticamente su come la professione racconta sé stessa, il proprio ruolo e il proprio valore terapeutico.