Cura psicologica e funzionamento
Quando si parla di salute, fermarsi alla sola assenza di malattia non basta. L’Organizzazione Mondiale della Sanità la definisce come uno stato di benessere fisico, mentale e sociale, e non come semplice assenza di malattia o infermità. Questo significa che la salute non coincide solo con una diagnosi o con la sua assenza, ma riguarda anche il modo concreto in cui una persona vive, regge, partecipa, si adatta e mantiene continuità nella propria esistenza.
Questo quadro diventa ancora più chiaro con l’ICF, la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute. L’ICF è il framework OMS per descrivere e misurare salute e disabilità e organizza l’osservazione attorno a funzionamento, domini di salute e fattori ambientali. In altre parole, la salute viene letta anche attraverso ciò che la persona riesce concretamente a fare nel proprio contesto di vita.
In questa prospettiva, parlare di salute significa parlare anche di funzionamento. E, sul piano psicologico, parlare di funzionamento significa guardare a ciò che consente alla persona di pensare con sufficiente chiarezza, regolare le emozioni, tollerare lo stress, comunicare, stare in relazione, sostenere ruoli, prendere decisioni e partecipare alla vita sociale. Questa non è una definizione letterale dell’OMS, ma una deduzione coerente con il modello ICF: se il funzionamento è una componente centrale del modo in cui la salute viene descritta, allora il funzionamento psicologico diventa una chiave decisiva per comprendere la salute della persona.
Da qui discende un punto essenziale: la cura psicologica non può essere pensata come qualcosa di separato dal funzionamento della persona. Curare psicologicamente significa comprendere difficoltà e risorse, prevenire peggioramenti, sostenere equilibri fragili, sviluppare competenze, recuperare possibilità compromesse e favorire una migliore partecipazione alla vita. Per questo la cura psicologica ha sempre una dimensione funzionale: lavora su ciò che permette alla persona di vivere meglio la propria vita mentale, emotiva, relazionale e sociale.
A questo punto diventa più chiaro anche il passaggio decisivo sul piano professionale. La cura psicologica si articola attraverso diagnosi, prevenzione, sostegno e abilitazione-riabilitazione. La diagnosi serve a comprendere il funzionamento psicologico della persona e a orientare l’intervento. La prevenzione tutela quel funzionamento e cerca di evitare aggravamenti, irrigidimenti o perdite di adattamento. Il sostegno accompagna, contiene, rafforza e stabilizza. L’abilitazione-riabilitazione sviluppa, ripristina o favorisce il miglior recupero possibile di funzioni e competenze. Queste quattro dimensioni non sono attività esterne alla cura psicologica: sono il modo concreto in cui la cura psicologica prende forma.
Questo è, del resto, il nucleo dell’articolo 1 della Legge 56/1989. La norma stabilisce che la professione di Psicologo comprende gli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. La legge, quindi, non colloca queste aree ai margini della professione, ma le pone al suo centro definitorio. Per questo, sul piano professionale, dire che la cura psicologica è tutta una questione di diagnosi, prevenzione, sostegno e abilitazione-riabilitazione non è una forzatura: è una sintesi coerente della struttura normativa della professione.
Naturalmente questo non significa confondere i piani. La prevenzione non coincide con la diagnosi. Il sostegno non coincide sempre con la riabilitazione. L’abilitazione-riabilitazione non esaurisce da sola tutto il lavoro psicologico. Anche l’OMS, infatti, colloca la riabilitazione accanto alla promozione della salute, alla prevenzione, al trattamento e alle cure palliative, e la definisce come insieme di interventi progettati per ottimizzare il funzionamento e ridurre la disabilità nelle persone con condizioni di salute in interazione con l’ambiente. I piani, quindi, restano distinti. Ma proprio perché sono distinti e insieme convergono sulla tutela del funzionamento, la dimensione abilitativa-riabilitativa resta pienamente interna alla cura psicologica.
In ambito psicologico, allora, la questione non è scegliere tra cura da una parte e diagnosi, prevenzione, sostegno, abilitazione-riabilitazione dall’altra. La questione è riconoscere che la cura psicologica passa precisamente attraverso queste forme di lavoro. Uno Psicologo si prende cura quando comprende il funzionamento della persona, quando ne protegge gli equilibri, quando sostiene risorse e capacità di tenuta, quando favorisce sviluppo, recupero o migliore adattamento possibile. Dire questo non restringe la cura psicologica. Al contrario, la rende più chiara, più concreta e più aderente sia al quadro normativo italiano sia al modello internazionale del funzionamento.
La conclusione può quindi essere formulata in modo netto e preciso: se la salute riguarda anche il funzionamento reale della persona, la cura psicologica consiste nel comprendere, tutelare, sostenere, sviluppare e recuperare quel funzionamento. Per questo, sul piano professionale, la cura psicologica si articola interamente attraverso diagnosi, prevenzione, sostegno e abilitazione-riabilitazione. Non perché queste aree siano indistinte, ma perché costituiscono insieme l’architettura attraverso cui lo Psicologo si prende cura della persona, dei suoi equilibri e delle sue possibilità di vita.
Fonti
Organizzazione Mondiale della Sanità – Constitution of the World Health Organization
Organizzazione Mondiale della Sanità – Health and Well-Being
Organizzazione Mondiale della Sanità – International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF)
Organizzazione Mondiale della Sanità – ICF Beginner’s Guide
Organizzazione Mondiale della Sanità – Rehabilitation
Normattiva – Legge 18 febbraio 1989, n. 56, art. 1
