Negli ultimi decenni si è consolidata, all’interno della comunità professionale e nella comunicazione pubblica sulla salute mentale, una tendenza sempre più riconoscibile: la progressiva trasformazione della psicoterapia da possibile strumento clinico a modello dominante, quasi totalizzante, della cura psicologica.

È ciò che può essere definito psicoterapeuticocentrismo.

Quando questa tendenza assume caratteristiche dogmatiche, identitarie e simboliche, si può parlare metaforicamente di una forma di culto religioso della psicoterapia. Non si tratta di una critica alla religione né di una negazione del valore della psicoterapia. La definizione viene utilizzata come metafora culturale per descrivere una modalità di pensiero rigida, nella quale la psicoterapia rischia di essere percepita come unica forma realmente legittima, profonda o autentica di cura psicologica.

Questo articolo non contesta la psicoterapia, né contesta gli Psicologi e i medici che esercitano l’attività psicoterapeutica con competenza, rigore e responsabilità.

Contesta un’altra cosa: la narrazione quasi religiosa che talvolta viene costruita attorno alla psicoterapia, quando essa viene presentata come unica via legittima, profonda o realmente curativa della sofferenza psicologica.

Il punto non è svalutare la psicoterapia. Il punto è difendere il linguaggio scientifico da formule assolute, gerarchie implicite, affermazioni identitarie e dogmi professionali che rischiano di trasformare uno strumento clinico in un oggetto di fede culturale.

La psicoterapia appartiene alla Psicologia e alla medicina. Ma non esaurisce la cura psicologica, non assorbe tutti gli atti tipici dello Psicologo e non può diventare il criterio simbolico con cui stabilire chi sia vero clinico e chi no.


Dalla psicoterapia allo psicoterapeuticocentrismo

La psicoterapia nasce come uno dei possibili strumenti della cura psicologica. Un insieme di modelli, tecniche e approcci sviluppati nel tempo per intervenire sulla sofferenza psichica, sui processi relazionali, cognitivi, emotivi e comportamentali.

In origine, quindi, la psicoterapia rappresenta uno strumento clinico tra altri strumenti possibili.

Il passaggio verso lo psicoterapeuticocentrismo avviene quando la psicoterapia smette progressivamente di essere percepita come una delle possibili forme di intervento psicologico e inizia invece a occupare il centro simbolico dell’intera idea di cura.

Non si dice più soltanto: “La psicoterapia può essere utile.”

Si inizia implicitamente a sostenere: “La vera cura psicologica coincide con la psicoterapia.”

È qui che si produce il primo slittamento culturale.

Gli altri atti tipici dello Psicologo — sostegno, prevenzione, diagnosi, abilitazione-riabilitazione, psicoeducazione, interventi sul funzionamento e lavoro sui contesti — iniziano progressivamente a essere percepiti come attività minori, preparatorie, superficiali o incomplete.

La psicoterapia non è più soltanto uno strumento clinico. Diventa il parametro con cui misurare il valore stesso dello Psicologo.


Dallo psicoterapeuticocentrismo allo psicoterapeuticocentrismo religioso

Il passaggio successivo avviene quando lo psicoterapeuticocentrismo smette di funzionare soltanto come modello culturale dominante e assume caratteristiche tipiche dei sistemi dogmatici.

È qui che si può parlare metaforicamente di psicoterapeuticocentrismo religioso.

La psicoterapia non viene più semplicemente valorizzata: viene sacralizzata. Chi la pratica viene implicitamente percepito come appartenente a un livello superiore della professione. Chi mette in discussione questa narrativa rischia di essere trattato come se stesse negando la cura stessa. Il dissenso viene vissuto come minaccia.

Le affermazioni diventano assolute:

  • “solo la psicoterapia cura davvero”;
  • “solo lo ‘psicoterapeuta’ è un vero clinico”;
  • “la sofferenza profonda richiede necessariamente psicoterapia”;
  • “senza psicoterapia lo Psicologo sarebbe incompleto”.

In questo passaggio la psicoterapia rischia di perdere parte della propria natura scientifica e pluralistica per assumere caratteristiche identitarie e quasi fideistiche.

La scienza tollera il dubbio, il confronto e la pluralità. Il dogma, invece, richiede adesione.

Ed è proprio questo il nucleo dello psicoterapeuticocentrismo religioso: non la semplice valorizzazione della psicoterapia, ma la trasformazione della psicoterapia in criterio simbolico assoluto della cura, della profondità clinica e del valore professionale.


Quando il modello diventa dogma

La scienza procede attraverso confronto, verifica, limiti metodologici, revisione critica e pluralità di ipotesi.

Il dogma funziona diversamente.

Il dogma pretende adesione preventiva. Richiede fiducia. Tende a dividere il mondo tra chi è dentro e chi è fuori. Trasforma il dissenso in qualcosa da neutralizzare più che da discutere.

In alcuni contesti professionali, il discorso sulla psicoterapia sembra aver assunto, almeno in parte, queste caratteristiche. Si afferma, ad esempio, che:

  • solo la psicoterapia “cura davvero”;
  • solo chi possiede una specifica formazione in psicoterapia possa lavorare clinicamente;
  • la sofferenza psicologica richieda necessariamente psicoterapia;
  • lo Psicologo senza specifica formazione in psicoterapia sarebbe incompleto;
  • diagnosi gravi coincidano automaticamente con necessità di psicoterapia;
  • il sostegno psicologico sia qualcosa di inferiore;
  • la relazione terapeutica appartenga esclusivamente alla psicoterapia.

Molte di queste affermazioni non derivano direttamente da dati scientifici univoci né dalla legge dello Stato. Spesso rappresentano generalizzazioni culturali che vengono ripetute così frequentemente da apparire ovvie e incontestabili.

Questo è uno dei segnali tipici dei sistemi dogmatici: un’idea smette di essere discussa criticamente e viene interiorizzata come verità assoluta.


La psicoterapia come identità professionale totalizzante

In alcuni ambienti, la psicoterapia sembra essere diventata non soltanto una formazione specifica, ma una sorta di consacrazione identitaria. Non viene più percepita come uno dei possibili strumenti della Psicologia clinica, ma come il criterio che distinguerebbe il vero clinico dal professionista ritenuto meno competente o meno completo.

Si crea così una gerarchia implicita:

  • lo Psicologo senza specifica formazione in psicoterapia viene percepito come incompleto;
  • lo Psicologo specializzato viene considerato il “vero clinico”;
  • alcune attività vengono ritenute prestigiose;
  • altre vengono svalutate anche quando sono previste dalla legge e supportate da evidenze scientifiche.

Questa impostazione rischia di produrre una subordinazione culturale della Psicologia rispetto alla psicoterapia.

Eppure la Legge 56/1989 non afferma che la cura psicologica coincida esclusivamente con la psicoterapia.

L’articolo 1 attribuisce allo Psicologo attività di prevenzione, diagnosi, abilitazione-riabilitazione e sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. L’articolo 3 disciplina invece l’esercizio dell’attività psicoterapeutica attraverso una specifica formazione post-lauream. Nessuno dei due articoli afferma che soltanto la psicoterapia abbia funzione terapeutica o che tutte le altre attività psicologiche siano prive di valore clinico.

La riabilitazione psicologica è orientata al recupero del funzionamento mentale, relazionale e psicosociale. Il sostegno psicologico può ridurre sofferenza e favorire stabilizzazione e recovery. Gli interventi preventivi possono evitare aggravamenti clinici. La diagnosi psicologica orienta percorsi di tutela e trattamento. Ridurre tutto alla psicoterapia significa restringere artificialmente il concetto stesso di cura psicologica.


Il linguaggio come strumento di potere culturale

Uno degli aspetti più rilevanti dello psicoterapeuticocentrismo riguarda il linguaggio. Parole come:

  • cura,
  • terapia,
  • clinica,
  • paziente,
  • trattamento,
  • relazione terapeutica,

vengono spesso associate quasi esclusivamente alla psicoterapia. Di conseguenza, tutto ciò che non viene etichettato come psicoterapia tende ad apparire meno importante, meno profondo o meno efficace.

Ma il linguaggio non è neutro.

Quando per anni si ripete che solo la psicoterapia cura, si produce inevitabilmente una trasformazione culturale della percezione pubblica della professione di Psicologo. Il rischio è che anche gli stessi Psicologi inizino a interiorizzare questa narrativa, arrivando a considerare marginali competenze professionali previste dalla legge e riconosciute scientificamente.


La confusione tra profondità e complessità

Un altro dogma diffuso consiste nell’idea secondo cui la psicoterapia sarebbe automaticamente più profonda rispetto ad altri interventi psicologici.

Ma profondità è un concetto ambiguo, non una categoria scientifica rigorosa.

Un intervento breve può essere estremamente significativo. Un sostegno psicologico può modificare profondamente il funzionamento di una persona. Un percorso riabilitativo può cambiare radicalmente qualità della vita, autonomia e relazioni. Un intervento preventivo può evitare evoluzioni gravissime. Al contrario, anche percorsi molto lunghi possono risultare inefficaci o inappropriati.

La complessità clinica non può essere ridotta alla durata del trattamento o all’etichetta psicoterapia.


Il culto della psicoterapia come unica via di salvezza

Lo psicoterapeuticocentrismo tende progressivamente a costruire una narrativa salvifica. La psicoterapia viene descritta come unico percorso autentico di trasformazione, crescita, guarigione o comprensione profonda di sé. Tutto il resto viene presentato come secondario, insufficiente o superficiale.

In questa logica, lo Psicologo che non possiede una specifica formazione in psicoterapia viene spesso percepito come un professionista a metà, quasi incapace di lavorare realmente con la sofferenza umana.

Ma questa rappresentazione non trova un fondamento normativo assoluto né una conferma scientifica univoca.

La realtà clinica è molto più complessa. Esistono persone che beneficiano di interventi di sostegno psicologico. Esistono persone che necessitano prevalentemente di riabilitazione psicologica. Esistono interventi preventivi che modificano profondamente la traiettoria evolutiva di un disagio. Esistono percorsi psicoeducativi, relazionali, comunitari o integrati che migliorano significativamente il funzionamento individuale e sociale.

Pensare che ogni forma di sofferenza debba necessariamente tradursi in psicoterapia significa adottare una visione riduzionistica della salute mentale.


La scienza non richiede atti di fede

Non vi sono basi scientifiche sufficienti per sostenere in modo assoluto che ogni sofferenza psicologica richieda necessariamente psicoterapia o che tutte le altre forme di intervento psicologico siano clinicamente irrilevanti.

Le principali linee guida internazionali sottolineano invece l’importanza dell’appropriatezza clinica, della personalizzazione dell’intervento, della valutazione del funzionamento, del contesto, della gravità, delle risorse della persona e degli obiettivi terapeutici.

Il punto non è psicoterapia sì o psicoterapia no. Il punto è evitare che la psicoterapia venga trasformata in una credenza totalizzante capace di oscurare tutto il resto della Psicologia.


Quando il dissenso viene vissuto come minaccia

Uno degli aspetti più problematici dello psicoterapeuticocentrismo emerge quando chi mette in discussione queste narrative viene trattato come se stesse attaccando la cura psicologica stessa.

Criticare il dogmatismo non significa negare valore alla psicoterapia. Significa ricordare che la Psicologia è più ampia della psicoterapia. Significa difendere la pluralità degli strumenti clinici. Significa evitare semplificazioni che rischiano di impoverire la professione. Significa ricordare che la funzione terapeutica attraversa molti atti tipici della professione psicologica e non coincide automaticamente con una singola etichetta professionale o formativa.


Il rischio culturale dello psicoterapeuticocentrismo

Quando una disciplina smette di tollerare il confronto critico e inizia a richiedere adesione simbolica ai propri dogmi, il rischio è quello di trasformare un sapere scientifico in una struttura identitaria rigida.

E quando questo accade:

  • il dissenso viene svalutato;
  • la complessità viene semplificata;
  • le sfumature scompaiono;
  • le gerarchie diventano morali prima ancora che professionali;
  • la professione si divide in categorie considerate superiori e inferiori.

Lo psicoterapeuticocentrismo non rappresenta semplicemente una preferenza teorica o tecnica. Rappresenta una trasformazione culturale della Psicologia, nella quale la psicoterapia rischia di occupare tutto lo spazio simbolico della cura, oscurando la ricchezza, la pluralità e la dignità degli altri interventi psicologici.

Ed è forse proprio qui che la psicoterapia smette di essere percepita soltanto come uno strumento clinico e inizia ad assumere, almeno in alcuni contesti, le caratteristiche di una forma quasi religiosa di appartenenza professionale: con i suoi dogmi, le sue gerarchie simboliche e la richiesta implicita di adesione culturale.

Il problema non è la psicoterapia. Il problema è quando la psicoterapia viene trasformata nel centro simbolico obbligatorio della cura psicologica.

Difendere la Psicologia significa anche impedire che una sua parte venga scambiata per il tutto.


Riferimenti