Nella comunità professionale capita spesso che il titolo di “psicoterapeuta” venga presentato, in modo esplicito o implicito, come prova di una maggiore competenza clinica e terapeutica generale. Non come una formazione specifica in più, ma come una sorta di salto qualitativo complessivo rispetto allo Psicologo.
È proprio questo passaggio che merita attenzione.
Il punto non è negare il valore della formazione in psicoterapia. Una scuola di specializzazione può offrire studio, metodo, supervisione, confronto, strumenti clinici e occasioni importanti di crescita professionale. Il problema nasce quando quel percorso viene trasformato in una misura assoluta della competenza clinica, della profondità terapeutica o della legittimità a parlare di cura psicologica.
Una cosa è dire che la specializzazione in psicoterapia aggiunge una formazione specifica. Un’altra è sostenere che renda automaticamente un professionista più competente, più profondo o più terapeutico di altri Psicologi che, pur non essendo psicologi-psicoterapeuti, lavorano da anni in ambito clinico, sanitario, preventivo, valutativo, abilitativo-riabilitativo, consultoriale, comunitario, organizzativo o di sostegno psicologico.
Il titolo non basta a dimostrare superiorità clinica
Per affermare una superiorità clinica generale servirebbero criteri chiari. Servirebbero confronti seri. Servirebbero gruppi realmente comparabili.
Chi viene confrontato con chi?
Il neodiplomato in psicoterapia con il neolaureato in psicologia? In quel caso il confronto è troppo semplice e poco significativo. È ovvio che un professionista con alcuni anni in più di formazione abbia, almeno in teoria, una preparazione ulteriore rispetto a chi ha appena concluso il percorso universitario.
Ma la comunità professionale non è fatta solo di neolaureati.
Esistono Psicologhe e Psicologi che lavorano da molti anni, che studiano, si aggiornano, fanno supervisione, ricerca, formazione continua, pratica clinica e confronto professionale da un tempo molto superiore ai quattro anni di una scuola. Esistono professionisti che hanno costruito competenze solide attraverso percorsi diversi, coerenti, documentabili e spesso molto più lunghi di una singola specializzazione.
Per questo la domanda resta centrale: sulla base di quali criteri si può stabilire che il diploma di specializzazione in psicoterapia renda, in generale, un professionista clinicamente superiore a un altro?
La competenza non è un blocco unico
La competenza professionale non è un pacchetto monolitico che si possiede o non si possiede, come se fosse una casa di villeggiatura. E non è nemmeno una quantità semplice, distribuita lungo un unico continuum, dove qualcuno starebbe sempre “più avanti” e qualcun altro sempre “più indietro”.
La competenza è molto più complessa. È fatta di molti elementi diversi: formazione, esperienza, metodo, pensiero critico, capacità relazionale, conoscenza teorica, prudenza clinica, supervisione, aggiornamento, sensibilità al contesto, capacità diagnostica, responsabilità professionale, consapevolezza dei limiti, esperienza con specifiche popolazioni, capacità di lavorare in rete e molto altro.
In questo senso, ogni professionista è come una torta fatta da molti ingredienti, mescolati, integrati e cucinati in modo diverso. Non basta dire che una torta sia migliore di un’altra in assoluto. Dipende dai criteri usati per valutarla.
Per qualcuno può contare di più l’estetica. Per altri il sapore. Per altri la grandezza. Per altri il livello calorico. Per altri il fatto che sia vegana. Per altri ancora la ciliegina sulla torta, la scritta degli auguri o semplicemente il pensiero che l’ha accompagnata.
Allo stesso modo, nel lavoro psicologico, non è sempre possibile stabilire in astratto quale professionista sia “migliore” in senso generale. Un professionista può essere più competente in un ambito, meno in un altro; più esperto con una certa domanda clinica, meno con un’altra; più adatto a un contesto, meno adatto a un altro.
Per questo trasformare il titolo di “psicoterapeuta” in una prova globale di superiorità clinica significa semplificare eccessivamente qualcosa che, per sua natura, è multidimensionale. La competenza non si misura con una sola etichetta. Si valuta nella qualità concreta del lavoro, nella coerenza tra formazione ed esperienza, nella responsabilità con cui il professionista riconosce i propri limiti e nella capacità di rispondere in modo adeguato alla domanda della persona.
Quando la competenza viene ridotta a un solo titolo
A questo punto va detto con chiarezza: se un professionista non riesce a comprendere che la competenza clinica non è un pacchetto monolitico, ma una costruzione complessa, multidimensionale e situata, è legittimo interrogarsi sulla solidità del suo modo di ragionare professionalmente.
Non si tratta di svalutare la persona. Si tratta di rilevare un problema di metodo. Ridurre la competenza a un solo titolo, a una sola formazione o a una sola appartenenza significa semplificare in modo eccessivo il funzionamento reale della professione.
Personalmente, quando si osserva questa riduzione, non viene messa in discussione la persona. Diventa però legittimo chiedersi quanto sia solida la sua capacità di pensare la complessità clinica, formativa e professionale.
Perché comprendere la competenza significa saper tenere insieme molti fattori: conoscenze, esperienza, metodo, contesto, supervisione, aggiornamento, capacità relazionale, prudenza, limiti, responsabilità e coerenza dell’intervento.
Chi trasforma tutto questo in una gerarchia lineare fondata su un solo titolo non sta dimostrando maggiore competenza. Sta mostrando, semmai, una visione troppo semplificata della competenza stessa.
La cura psicologica non coincide solo con la psicoterapia
La cura psicologica non si esaurisce nella psicoterapia.
La Legge 56/1989 definisce la professione di Psicologo attraverso l’uso di strumenti conoscitivi e di intervento per prevenzione, diagnosi, abilitazione-riabilitazione e sostegno in ambito psicologico, oltre a sperimentazione, ricerca e didattica. L’attività psicoterapeutica è invece disciplinata separatamente dall’articolo 3, che la subordina a una specifica formazione professionale almeno quadriennale, successiva alla laurea in psicologia o medicina.
Questo significa che la psicoterapia ha un suo perimetro normativo specifico. Ma non significa che tutto ciò che cura, sostiene, tratta, riabilita o produce effetti clinici in ambito psicologico debba essere ricondotto alla sola psicoterapia.
Le attività dello Psicologo non sono “meno cliniche” per il semplice fatto di non essere chiamate psicoterapia. Non sono più superficiali, meno profonde o meno terapeutiche per definizione. La profondità di un intervento non dipende dal nome del contenitore, ma dalla qualità del lavoro, dalla domanda della persona, dagli obiettivi clinici, dal metodo utilizzato, dalla competenza del professionista e dalla coerenza tra intervento e bisogno.
Anche il sostegno psicologico può essere clinico. Anche la prevenzione può avere valore terapeutico. Anche l’abilitazione-riabilitazione psicologica può incidere profondamente sul funzionamento della persona. Anche una diagnosi psicologica ben condotta può orientare un percorso di cura in modo decisivo.
Questa lettura è coerente anche con il Codice Deontologico – testo vigente pubblicato dal CNOP, che all’articolo 27 parla espressamente di rapporto terapeutico e di cura riferendosi allo Psicologo.
Ridurre la dimensione terapeutica alla sola psicoterapia significa restringere artificialmente il campo della professione psicologica.
L’esperienza clinica non è un dettaglio secondario
Nel lavoro psicologico l’esperienza non è semplice accumulo di anni. Può diventare competenza quando viene attraversata con metodo, pensiero critico, supervisione, aggiornamento e capacità di rivedere le proprie ipotesi.
Allo stesso modo, una scuola di psicoterapia è realmente formativa quando viene integrata in un percorso professionale più ampio, non quando viene usata come marchio identitario o come criterio per misurare dall’alto il valore degli altri.
Nessun titolo, da solo, esaurisce la competenza clinica. Nessuna formazione, da sola, garantisce maturità terapeutica. Nessun diploma può sostituire la qualità del lavoro, la responsabilità professionale, la capacità di leggere i contesti, la prudenza clinica e il rigore con cui si continua a studiare.
Il rischio nasce quando la formazione non viene più usata per qualificare il proprio intervento, ma per costruire differenze di rango tra colleghi.
La profondità non appartiene a un solo titolo
Spesso la presunta superiorità clinico-terapeutica dello “psicoterapeuta” viene sostenuta richiamando concetti come profondità, consapevolezza di sé, consapevolezza dell’altro, lavoro sul mondo interno, relazione terapeutica, capacità trasformativa.
Sono concetti importanti. Ma proprio perché sono ampi, complessi e difficili da misurare, non possono essere usati in modo generico per stabilire chi sia più competente, più profondo o più autorizzato a parlare di cura.
La consapevolezza personale non è proprietà esclusiva della formazione in psicoterapia. La capacità relazionale non nasce automaticamente da un diploma. La profondità clinica non coincide con l’appartenenza a una scuola. Il pensiero terapeutico non può essere ridotto a una sola cornice formativa.
Il punto non è svalutare questi concetti. Il punto è evitare che vengano usati come categorie elastiche per costruire superiorità non dimostrate.
Il confronto tra colleghi richiede metodo
Una comunità professionale matura dovrebbe saper discutere con metodo, non per appartenenza. Dovrebbe chiedere criteri, argomenti, dati, coerenza logica. Dovrebbe distinguere il valore di un percorso dalla pretesa che quel percorso diventi automaticamente misura universale della competenza altrui.
Siamo professionisti solo quando abbiamo un paziente davanti, oppure lo siamo anche quando ragioniamo tra colleghi?
La domanda è rilevante. Perché il pensiero scientifico non si sospende nel confronto professionale. La stessa attenzione che viene richiesta nel lavoro clinico dovrebbe essere mantenuta anche quando si parla della professione, dei titoli, delle competenze e dei confini della cura psicologica.
Se si afferma che un determinato titolo renda clinicamente superiori, quella affermazione va dimostrata. Non basta ripeterla. Non basta darla per implicita. Non basta appoggiarla a una rappresentazione culturale consolidata.
Una professione non cresce trasformando i titoli in gerarchie
La Psicologia non ha bisogno di trasformare ogni differenza formativa in una scala di valore. Ha bisogno di riconoscere la pluralità dei percorsi, la serietà dell’esperienza, l’importanza della formazione continua e la centralità del pensiero scientifico.
La specializzazione in psicoterapia può essere un percorso importante. Ma non può diventare automaticamente la misura assoluta della competenza clinica, della capacità terapeutica o della legittimità a intervenire nel confronto tra colleghi.
Il punto non è svalutare la psicoterapia. Il punto è evitare che la psicoterapia venga usata come criterio totale per leggere tutta la professione psicologica.
Quando un titolo viene trasformato in una gerarchia, il confronto professionale si indebolisce. Quando invece ogni percorso viene valutato per contenuti, metodo, esperienza, responsabilità e qualità reale del lavoro, la professione diventa più solida.
Una professione adulta non ha bisogno di stabilire chi debba stare zitto. Ha bisogno di imparare a ragionare meglio.
Enrico Rizzo
Psicologo della Sessualità Maschile, Sessuologo Clinico (Palermo)
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