Lo psicoterapeuticocentrismo è una distorsione culturale e cognitiva: consiste nella tendenza a considerare la psicoterapia come unica o principale forma di cura psicologica, oscurando la pluralità degli atti tipici dello Psicologo, cioè le principali attività del trattamento psicologico: diagnosi, sostegno, prevenzione, abilitazione-riabilitazione e gli altri interventi psicologici clinico-sanitari.
Quando questa lente prende il sopravvento, la cura psicologica viene raccontata come se coincidesse con una sola etichetta, e tutto il resto finisce sullo sfondo.
Questa visione non nasce dal nulla. Si è stratificata nel tempo per ragioni storiche, comunicative e istituzionali. Ma si è anche rinforzata perché il pensiero umano, soprattutto nei contesti complessi, tende a semplificare. E quando semplifica, può creare scorciatoie che diventano abitudini collettive.
Cosa sono i bias, e perché qui non coincidono con i bug
Un bias non è un guasto tecnico. In informatica, un bug è un malfunzionamento del sistema che produce errori e va corretto. Un bias, invece, è una scorciatoia cognitiva: un’euristica. Serve a decidere in fretta, a risparmiare energia mentale, a orientarsi senza dover analizzare ogni dettaglio.
Il punto è che queste scorciatoie, pur essendo spesso utili, possono produrre distorsioni sistematiche di giudizio. Soprattutto quando il tema richiede precisione, pensiero critico, lettura normativa o confronto con evidenze.
Kahneman descrive due modalità di funzionamento: un Sistema 1 rapido, intuitivo e automatico; e un Sistema 2 più lento, riflessivo e analitico. Molti bias emergono dal primo: è efficiente, ma non sempre accurato. Per questo il bias non è “un errore da eliminare”, ma un meccanismo da riconoscere e gestire. È un’abitudine cognitiva: finché non viene vista, tende a guidare la lettura della realtà.
I “bug” di cui si parla qui appartengono a un livello diverso. Non sono bias individuali, ma errori o inerzie di sistema: linguaggi che si irrigidiscono, interpretazioni che si fossilizzano, prassi formative che trasmettono messaggi impliciti, cornici istituzionali che ripetono formule ambigue. In breve: sono i canali con cui i bias diventano cultura.
Perché proprio questi bias e questi bug
La letteratura sui bias è enorme, e nel tempo si arricchisce. Anche i “bug”, se intesi come malfunzionamenti culturali o organizzativi, potrebbero essere descritti in molti modi. Qui la scelta è intenzionale: quindici bias e cinque bug, non per ridurre la complessità, ma per selezionare quelli più tipici nel sostenere lo psicoterapeuticocentrismo.
I bias scelti hanno tre tratti comuni. Primo: incidono sui processi decisionali e percettivi collettivi, soprattutto dove contano autorità, conferma, prestigio, appartenenza e narrazione. Secondo: modellano il linguaggio e l’immaginario sociale della professione. Terzo: si riflettono, almeno in parte, nelle forme istituzionali e organizzative con cui la professione viene raccontata e regolata.
I bug, invece, rappresentano i principali canali di stabilizzazione: linguaggio, interpretazione normativa, formazione, istituzioni, epistemologia. È una mappa sintetica, ma abbastanza rappresentativa da rendere osservabile come una distorsione collettiva si regge e si autoalimenta.
Esiste una “cura” per i bias?
In senso stretto, no. I bias non sono patologie: sono strategie adattive. Eliminarli significherebbe eliminare l’intuizione, e non sarebbe né possibile né desiderabile.
Quello che si può fare è ridurre l’impatto dei bias e “riabilitare” il pensiero critico. Si fa con la consapevolezza metacognitiva, con l’educazione al ragionamento riflessivo, e con la verifica intersoggettiva dentro comunità professionali e scientifiche. La correzione, quindi, non è clinica: è educativa e riabilitativa. Non cancella le scorciatoie, ma impedisce che diventino comandi automatici.
I principali bias dello psicoterapeuticocentrismo
Bias di autorità
Quando una frase viene pronunciata da chi appare autorevole, tende a sembrare vera “di default”. Il problema non è l’autorevolezza in sé, ma il salto logico: prestigio e potere simbolico non sono prove. In ambito professionale contano argomentazioni, metodo e fondamenti, non la posizione di chi parla. Così può accadere che uno studente assorba come verità assoluta “solo gli ‘psicoterapeuti’ fanno terapia”, o che un comunicato venga rilanciato senza una verifica accurata della cornice normativa.
Bias di conferma
La mente cerca coerenza. E spesso la cerca selezionando informazioni che confermano ciò che crede già. È un meccanismo umano: rassicura, semplifica, riduce il conflitto interno. Ma nel tempo può creare camere d’eco: si citano solo articoli che celebrano la psicoterapia, si raccontano solo storie che vanno in quella direzione, si condividono soprattutto contenuti che ribadiscono “lo Psicologo non cura”.
Bias del linguaggio (illusione di verità)
Le parole non sono neutre: creano cornici. Se una cornice viene ripetuta abbastanza, produce un effetto di familiarità che assomiglia alla verità. Quando “terapia” diventa sinonimo pratico di “psicoterapia”, o quando un testo istituzionale scrive “terapia psicologica (psicoterapia)”, la mente del lettore riceve un messaggio implicito: fuori da quella parola non esiste cura. È un corto circuito comunicativo che, a forza di ripetersi, diventa un automatismo culturale.
Bias di status quo
Ciò che è noto appare più sicuro. Per questo una visione riduttiva può essere paradossalmente rassicurante: semplifica la mappa e conserva equilibri. In alcuni contesti si mantiene un linguaggio vecchio per evitare conflitti, si ripetono formule già usate nei bandi, si lasciano intatte narrazioni formative che presentano lo Psicologo come “in attesa” della scuola.
Bias di gruppo (ingroup bias)
Ogni gruppo tende a percepirsi migliore e più competente del resto. Non serve che sia consapevole: basta una dinamica identitaria. Così può accadere che in certi ambienti i “psicoterapeuti” vengano presentati come “la clinica vera”, mentre gli Psicologi senza quella specifica formazione vengano descritti come figure minori, tecniche o “di base”. È una semplificazione di appartenenza, prima ancora che una discussione sul merito.
Effetto alone
Un attributo positivo trascina con sé una valutazione globale. Se una persona è “psicoterapeuta”, allora viene percepita automaticamente come più competente in generale, più credibile, più “adatta” a parlare di salute mentale. Il problema è la generalizzazione. L’etichetta diventa una scorciatoia che sostituisce la valutazione reale delle competenze e dell’esperienza.
Bias di disponibilità
La mente giudica frequenza e importanza in base a ciò che è più visibile. Se nei media e nel discorso pubblico compare soprattutto la psicoterapia, allora “cura psicologica” viene immediatamente associata a quella. Se uno studente sente parlare quasi solo di psicoterapia, può concludere che sia l’unica cosa che “funziona”. E quando una dimensione viene raccontata di più, le altre diventano invisibili, anche se esistono e sono praticate.
Bias di sopravvivenza
Si vedono soprattutto le storie che “ce l’hanno fatta”. In questo modo il fallimento, l’interruzione, la complessità e i percorsi non lineari restano fuori dalla narrazione. Se una scuola pubblica solo testimonianze di successo, o un convegno mostra quasi esclusivamente studi favorevoli, si crea un’immagine troppo pulita. Il pubblico riceve un messaggio implicito: quel metodo funziona sempre, e tutto il resto è secondario.
Effetto Dunning-Kruger
Quando le conoscenze sono limitate, la realtà viene semplificata con sicurezza. È un effetto noto: si scambia una mappa ridotta per la mappa completa. Da qui nascono frasi nette e “facili”: “senza scuola non si può curare”, “la diagnosi serve solo per la psicoterapia”, “terapia uguale psicoterapia”. Il problema non è l’errore singolo, ma la sicurezza con cui viene proposto come ovvio.
Bias narrativo (fallacia narrativa)
Le storie lineari piacciono. Offrono ordine, causa-effetto, salvezza. Nei film e nei racconti social, la trama spesso è sempre la stessa: crisi, terapeuta, guarigione. E quel terapeuta viene quasi sempre chiamato “psicoterapeuta”. Quando la cultura ripete questo copione, diventa difficile immaginare una cura psicologica plurale, fatta anche di sostegno, prevenzione, abilitazione-riabilitazione e interventi diversi, con obiettivi e tempi differenti.
Bias di prestigio
Ciò che appare più alto, raro o costoso tende a sembrare migliore. Così la scelta di una scuola può essere guidata più dal prestigio che dal progetto formativo; e il termine “psicoterapeuta” può diventare, nella percezione sociale, una sorta di “grado superiore” automatico, anche quando il ruolo concreto richiederebbe competenze diverse o un’esperienza specifica in altri ambiti.
Bias di ancoraggio storico
La cornice normativa e culturale degli anni ’80 e ’90 ha lasciato tracce profonde. La L. 56/1989 ha previsto che l’esercizio dell’attività psicoterapeutica richieda una specifica formazione/specializzazione per Psicologi e Medici. Nel tempo, però, questo requisito formativo è stato spesso trasformato nel linguaggio comune in un automatismo: “cura = psicoterapia”. È un’ancora storica: una frase ripetuta per decenni continua a pesare, anche quando la realtà professionale è più ampia e articolata.
Effetto Pigmalione istituzionale
Le istituzioni non comunicano solo regole: comunicano identità. Se in certi contesti lo Psicologo senza specifica formazione psicoterapeutica viene trattato come figura minore, questo può influenzare l’autostima professionale e la percezione di legittimità. Uno studente che sente per anni che “la clinica vera” inizia dopo la scuola può interiorizzare l’idea di essere incompleto, anche quando svolge atti tipici pienamente terapeutici.
Effetto carrozzone (bandwagon effect)
Se “lo fanno tutti”, allora sembra giusto. È la forza della maggioranza. In molti contesti, dopo la laurea la scuola viene raccontata come passaggio inevitabile, non come scelta. Chi non la fa può temere di apparire meno serio o meno professionale. In questo modo una decisione formativa personale viene trasformata, culturalmente, in obbligo implicito.
Effetto falso consenso
Si tende a credere che le proprie convinzioni siano condivise da tutti. Così opinioni personali diventano “verità note”, ripetute con sicurezza. Frasi come “tutti sanno che lo Psicologo non può curare” funzionano proprio così: si presentano come ovvie, e proprio per questo non vengono verificate.
I bug dello psicoterapeuticocentrismo
Bug linguistico
Il primo bug è il più visibile: l’uso improprio e sistematico di “psicoterapia” come sinonimo di cura psicologica. Nei documenti, nei bandi, in certe comunicazioni ufficiali, “psicoterapia” scivola al posto di “trattamento psicologico”. È un errore di parole che diventa un errore di cornice: se cambia il termine, cambia la realtà percepita.
Bug giuridico-interpretativo
Qui il problema è più delicato. Il requisito di specifica formazione/specializzazione previsto dalla L. 56/1989, che consente l’esercizio dell’attività psicoterapeutica per Psicologi e Medici, viene talvolta trasformato culturalmente in una presunta riserva di funzione, come se solo chi ha quella specifica formazione potesse svolgere cura psicologica. Da questa distorsione possono discendere prassi discutibili: esclusioni da bandi per “attività terapeutiche”, richieste improprie del requisito per ruoli di diagnosi o riabilitazione psicologica, traduzioni interne che fanno coincidere “intervento psicologico” con “psicoterapia”.
Bug formativo
Molti messaggi passano senza essere detti esplicitamente. Se la formazione universitaria e post-universitaria fa intendere che la “vera clinica” inizi solo dopo la scuola, la professione viene raccontata come incompleta fino a quel momento. In alcuni contesti, per timore di “sconfinare”, si evitano pratiche e strumenti di riabilitazione psicologica; e i tirocini restano più osservativi che esperienziali, con poca pratica guidata di intervento.
Bug istituzionale
Le istituzioni, anche in buona fede, possono riprodurre distorsioni tramite prassi, patrocini, protocolli operativi e linguaggi standardizzati. Può accadere, ad esempio, che un evento “terapeutico” venga presentato come riservato ai soli “psicoterapeuti”, oppure che in documenti operativi e linee interne “psicoterapia” venga usata come etichetta generale per indicare qualsiasi trattamento psicologico. L’effetto, in questi casi, non è solo formale: è culturale. Stabilisce chi “sembra legittimato” e chi no, a prescindere dalle competenze reali e dagli atti tipici effettivamente svolti.
Bug epistemologico
Questo è il bug più profondo: confondere metodo e funzione. La psicoterapia è un insieme di metodi psicologici, non la funzione terapeutica in sé. Quando “fare terapia” viene trattato come sinonimo di “fare psicoterapia”, la pluralità degli interventi psicologici scompare. E quando la psicoterapia viene raccontata come disciplina autonoma, invece che come modalità applicativa della Psicologia, si perde l’idea centrale: la cura psicologica non nasce dall’etichetta, ma dalla funzione, dagli obiettivi, dalle competenze e dalla cornice normativa e deontologica.
Quanti bias e bug esistono in letteratura?
In psicologia cognitiva non esiste un numero definitivo di bias: se ne descrivono e sistematizzano nel tempo. Il Cognitive Bias Codex (Buster Benson, 2016) è spesso citato come mappa divulgativa orientativa per visualizzare famiglie di distorsioni cognitive.
I bug, invece, non sono una categoria psicologica ufficiale: qui sono una metafora per rappresentare malfunzionamenti sistemici — linguistici, giuridico-interpretativi, formativi, istituzionali, epistemologici — che trasformano bias individuali in distorsioni culturali e organizzative. Se i bias appartengono al cervello umano, i bug appartengono al sistema in cui quel cervello opera.
Conclusione
Lo psicoterapeuticocentrismo non è una verità scientifica: è una costruzione cognitiva collettiva consolidata da bias e mantenuta da bug. Superarlo non significa negare la psicoterapia, né sminuirne valore e utilità. Significa rimetterla al posto giusto: accanto, non sopra, le altre forme di cura psicologica che lo Psicologo esercita attraverso i propri atti tipici.
Quando una comunità professionale riconosce i bias che la guidano e corregge i bug del sistema — nel linguaggio, nelle interpretazioni, nella formazione, nelle prassi istituzionali e nelle cornici epistemologiche — tutela meglio la salute pubblica. E rende più chiaro ciò che già accade nella pratica: la cura psicologica è più ampia di una sola parola.
Cornice di responsabilità comunicativa
Questo testo non intende attaccare persone, scuole o categorie professionali. Descrive meccanismi cognitivi e dinamiche culturali che possono emergere in molti contesti, anche in buona fede. L’obiettivo è rendere più preciso il linguaggio, più corrette le interpretazioni e più completo il riconoscimento della cura psicologica nelle sue diverse forme.
Enrico Rizzo, Psicologo, Palermo




