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Perché la bestemmia può eccitare sessualmente

di Enrico Rizzo, Psicologo, Sessuologo Clinico, Presidente di MetaPsi Aps

Questo articolo propone una lettura funzionale basata sui concetti di arousal (attivazione), apprendimento associativo e regolazione emotiva. Non descrive leggi universali né meccanismi validi per tutti: descrive processi che possono comparire in alcune persone e in alcuni contesti, e che in clinica diventano utili quando aiutano a comprendere la funzione di un’esperienza.

Per alcune persone la bestemmia non è solo uno sfogo, una provocazione o un’abitudine linguistica. Può attivare il corpo, aumentare l’intensità emotiva e, in certi casi, essere vissuta come eccitante. Può anche produrre una sensazione di stabilità interna, come se per un momento scendesse la paura e aumentasse la padronanza di sé. Questo vissuto può sorprendere o creare imbarazzo, ma è comprensibile se osservato dal punto di vista psicologico.

Comprendere una funzione non equivale a promuovere un comportamento, né implica una posizione morale o religiosa. Qui non si parla di ciò che è giusto o sbagliato, ma del ruolo che, in alcune persone, una parola o un gesto possono assumere nel modificare lo stato interno, riducendo l’allerta e rendendo più possibile l’esperienza.

Eccitazione non significa automaticamente “sessualità”

L’eccitazione non coincide con la sessualità. Dal punto di vista del corpo è un aumento dell’attivazione generale: cambiano il respiro, la tensione muscolare, l’attenzione, la percezione di sé. Il corpo si “accende” e solo successivamente la mente attribuisce un significato a questa attivazione.

È per questo che la stessa energia può essere vissuta come rabbia, paura, entusiasmo, sfida o eccitazione erotica. L’origine dell’attivazione non determina automaticamente il suo significato finale.

Tabù, trasgressione e disinibizione

La bestemmia può diventare un potente attivatore perché non è una parola neutra. È un atto simbolico che infrange un limite interiorizzato, che può derivare dall’educazione, dalla cultura, dalla religione o da sistemi morali vissuti come assoluti.

Quando un confine interiorizzato viene attraversato, l’attivazione tende ad aumentare. In questi casi non eccita la parola in sé, ma la rottura del tabù. Ciò che è proibito si carica di energia.

Spesso è presente anche una componente di aggressività simbolica. Bestemmiare può rappresentare una sfida a un’autorità interiorizzata, a una legge interna, a un principio percepito come intoccabile. Aggressività ed erotismo non sono la stessa cosa, ma possono co-attivarsi perché condividono dimensioni comuni di arousal.

Da una prospettiva psicodinamica, la bestemmia può funzionare come una sospensione momentanea della censura interna. Cala la sorveglianza, si allenta il giudizio, si riduce il “devo”. In quello spazio di libertà il corpo respira. E la libertà, soprattutto quando arriva dopo molto controllo, può essere fortemente attivante.

Il linguaggio non resta confinato nella mente: entra nel corpo. Parole proibite o emotivamente cariche riducono il controllo mentale e rendono l’esperienza più viscerale. In breve: meno filtro, più corpo.

Misattribuzione dell’arousal e apprendimento

Un meccanismo importante è la misattribuzione dell’arousal. Il corpo può attivarsi per la trasgressione, la scarica emotiva o la liberazione interna, e la mente interpretare quella stessa attivazione come eccitazione sessuale.

Nel tempo può intervenire anche l’apprendimento associativo. Se una parola o un gesto vengono ripetutamente collegati a sollievo, scarica o piacere, il cervello può costruire un ponte automatico. La bestemmia diventa così un innesco, non per scelta consapevole ma per condizionamento.

Bestemmiare e sicurezza psicologica

Oltre all’eccitazione, in alcune persone la bestemmia può aumentare il senso di sicurezza, almeno nel breve periodo.

In psicologia sentirsi sicuri non significa solo assenza di pericolo esterno. Significa soprattutto riduzione della minaccia percepita e aumento del senso di controllo interno: la sensazione di poter reggere ciò che accade.

In storie di educazione fortemente moralizzata o religiosa possono restare tracce interiori di colpa, giudizio o timore di punizione. In questo contesto la bestemmia può funzionare come una micro-esposizione simbolica: “faccio la cosa temuta e non succede nulla”. Se l’aspettativa catastrofica non viene confermata, l’allarme interno può ridursi.

Se invece dopo la bestemmia emergono ruminazione, colpa intensa o paura, l’allerta può aumentare. L’effetto dipende sempre dalla storia personale e dal significato attribuito.

C’è poi il recupero del senso di controllo interno. Bestemmiare può restituire la sensazione di scegliere, di non essere passivamente sottomessi a una regola interiorizzata. Anche la scarica emotiva contribuisce: la tensione trattenuta alimenta l’allerta, l’espressione può ridurla temporaneamente.

Sfida alla figura spirituale e verifica del giudizio

In alcune persone la bestemmia assume un significato ancora più specifico: diventa un modo per sfidare una figura spirituale interiorizzata e verificare che, facendo sesso o provando piacere, non succede nulla.

È come se la mente mettesse alla prova un’ipotesi antica: “Se trasgredisco e godo, verrò punito?”. In questi casi la bestemmia può funzionare come una chiamata simbolica: portare nella stanza da letto la figura giudicante e constatare che non interviene. Se nessuna punizione arriva, l’allarme può scendere.

Talvolta compare un passaggio più radicale: rendersi “peccatori” per uscire dal conflitto. “Ormai ho peccato, ormai mi sono sporcato, quindi posso andare fino in fondo.” Sporcarsi le mani diventa un modo per interrompere l’oscillazione tra desiderio e divieto.

In questi casi la colpa, paradossalmente, può diventare una via d’uscita: se sono già colpevole, smetto di difendermi dal giudizio. Questo può abbassare il controllo e rendere possibile l’eccitazione.

Comprendere questa funzione non significa consigliarla: significa riconoscere il conflitto che la sostiene.

Il ponte con le fantasie sessuali

Da qui il collegamento con le fantasie sessuali diventa naturale.

Un punto fondamentale è che molte fantasie sessuali non hanno nulla di sessuale nel contenuto esplicito. Possono non contenere alcuno stimolo erotico diretto. Sono mezzi immaginari con cui la mente crea il terreno interno necessario perché l’esperienza possa avvenire.

Non aggiungono sesso. Tolgono ostacoli.

Cosa fanno davvero le fantasie

Quando si comprende che la fantasia non serve ad aumentare l’eccitazione ma a ridurre la paura, il quadro cambia.

Le fantasie possono creare un contesto interno di sicurezza, in cui la minaccia percepita scende e il senso di controllo interno aumenta. Possono drammatizzare ciò che viene percepito come minaccia per renderlo maneggiabile. Possono permettere potere o abbandono in modo tollerabile, sospendere il giudizio, ridurre l’autosorveglianza.

Molte fantasie aiutano anche a familiarizzare con parti di sé conosciute poco o tenute a distanza, favorendo integrazione interna. Non sono film erotici: sono strumenti di regolazione che permettono al corpo di smettere di difendersi.

Perché non vanno interpretate letteralmente

La domanda clinicamente utile non è “che cosa immagini?”, ma “che cosa ti fa sentire mentre lo immagini?”. È lì che emerge la funzione reale.

Le fantasie chiariscono di cosa abbiamo bisogno per sentirci al sicuro e di cosa dobbiamo liberarci affinché l’eccitazione possa avvenire spontaneamente.

Bestemmia e fantasie sono strumenti diversi ma possono svolgere una funzione simile: ridurre la minaccia interna, abbassare la censura, restituire controllo interno o permettere un abbandono sicuro. L’eccitazione nasce meno dallo stimolo in sé e più dal fatto che il corpo smette di difendersi.

Utilità clinica in sessuologia

Questa lettura è utile in clinica sessuologica perché sposta il lavoro dal contenuto alla funzione. In seduta arrivano spesso parole, immagini o fantasie vissute con vergogna. Restare sul contenuto rischia di rinforzare il giudizio; esplorare la funzione costruisce sicurezza.

È centrale nei disturbi sostenuti da ipercontrollo, ansia da prestazione e autosorveglianza. In molti casi l’eccitazione non manca: è bloccata. Fantasie e trigger indicano quali ostacoli vanno ridotti e quale sicurezza va costruita.

La domanda guida diventa: quale bisogno di sicurezza, permesso, controllo o abbandono sicuro sta servendo questa fantasia?

Cosa chiedono spesso allo Psicologo sessuologo

Quando una persona porta in seduta fantasie o trigger legati alla trasgressione, raramente la richiesta riguarda davvero la fantasia in sé. Emergono domande più profonde:

“Mi eccito con cose che non c’entrano col sesso: che problema ho?”
“Mi vergogno di ciò che mi eccita.”
“Se mi viene in mente, significa che lo desidero davvero?”
“Senza quella fantasia non mi eccito: sono dipendente?”
“Mi eccito e poi mi sento in colpa.”
“Da solo funziona, con il partner no.”
“Vorrei dirlo al partner, ma mi imbarazza.”

Sotto queste richieste tornano sempre le stesse domande di fondo:

Sono normale?
Perché mi serve proprio questo?
Come posso sentirmi al sicuro senza vergogna e senza controllo?
Come posso essere più libero, invece di dipendere da un solo interruttore?

È su queste domande, più che sulle fantasie in sé, che il lavoro dello Psicologo sessuologo diventa davvero terapeutico.

Enrico Rizzo, Psicologo della Sessualità Maschile, Sessuologo Clinico (Palermo)

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