Psicologofobia: diffidenza verso la terapia psicologica e autocensura.
C’è un fenomeno che incontro continuamente, dentro e fuori la comunità professionale, e che spesso viene scambiato per semplice diffidenza o per una normale esitazione a chiedere aiuto. In realtà è qualcosa di più strutturale. È una paura culturale, un pregiudizio che si attacca alle parole, ai ruoli, ai confini della cura. Io lo chiamo psicologofobia.
La psicologofobia è la paura e la diffidenza verso lo Psicologo e verso il suo ruolo terapeutico. È l’idea, spesso infondata, che l’intervento psicologico sia invasivo, potenzialmente dannoso o comunque “meno vero” rispetto ad altre forme di cura. Non è una diagnosi clinica e non va trattata come tale. È una categoria socio-culturale: serve a descrivere come linguaggi, norme e prassi possano oscurare la terapia psicologica o ridurla a qualcosa di vago, confondendola con altre etichette e altre narrazioni.
Il punto centrale è semplice: alla base della psicologofobia c’è una resistenza a riconoscere la Psicologia come disciplina pienamente curante. Eppure la cornice che definisce la professione è chiara. La Legge 56/1989, all’articolo 1, descrive l’uso di strumenti conoscitivi e di intervento per prevenzione, diagnosi, abilitazione-riabilitazione e sostegno in ambito psicologico. Questi ambiti definiscono il perimetro della cura psicologica: tutela, recupero e miglioramento del funzionamento della persona nei suoi contesti di vita, nella relazione con se stessa e con gli altri.
Perché allora tanta diffidenza? In molti contesti si è consolidata un’abitudine culturale precisa: parlare di cura come se la cura coincidesse con un’unica parola e con un solo immaginario. Quando la psicoterapia diventa, nel discorso pubblico, la “vera cura” per definizione, tutto ciò che non viene chiamato psicoterapia finisce per apparire secondario, incompleto o meno legittimo. Questo assetto culturale può essere definito psicoterapeuticocentrismo: un modo di pensare, parlare e normare la cura che mette al centro una cornice e, di conseguenza, oscura tutto il resto.
La psicologofobia è l’effetto di questo assetto: la svalutazione della terapia psicologica. E quando questo pregiudizio non resta solo all’esterno, ma viene introiettato dagli stessi professionisti, nasce la psicologofobia interiorizzata.
La psicologofobia interiorizzata è qualcosa che, come Psicologi, conosciamo bene anche se spesso facciamo fatica a nominarla. Si manifesta come autocensura del lessico: “meglio dire sostegno”, “meglio non dire terapia”, “meglio non esporsi”. Si esprime come iper-prudenza comunicativa, come timore di essere attaccati, fraintesi o delegittimati. Talvolta prende la forma di una riduzione preventiva del proprio ruolo, per evitare conflitti con i pari o con sistemi istituzionali che sembrano riconoscere valore solo a certe etichette.
È una declinazione specifica della sindrome dell’impostore. Non nel senso generico del “non valgo abbastanza”, ma nel senso più sottile del “non sono legittimato a dire ciò che faccio”. Non sono legittimato a dire terapia, non sono legittimato a dire cura, non sono legittimato a dire riabilitazione psicologica. Eppure, se guardiamo alla pratica clinica e alla cornice professionale, sappiamo che è proprio lì che stiamo lavorando.
Superare la psicologofobia interiorizzata non significa gonfiare il proprio ruolo o usare parole “pesanti” per darsi importanza. Significa fare l’opposto: essere precisi. Significa ridare alle parole il loro peso corretto. Dire terapia psicologica non è arroganza. È trasparenza verso i cittadini, è responsabilità professionale, è coerenza con ciò che la Psicologia è e fa. Se siamo noi per primi a trattare la terapia psicologica come qualcosa da nominare sottovoce, finiamo per alimentare lo stesso pregiudizio che diciamo di voler superare.
Questo fenomeno, nella vita reale, si manifesta chiaramente in tre luoghi.
Nei cittadini, la psicologofobia diventa esitazione a chiedere aiuto. “Dallo psicologo ci vanno i matti”, si sente dire ancora oggi. Diventa paura di essere etichettati, imbarazzo a parlare del proprio percorso con la famiglia o sul lavoro. Soprattutto diventa ritardo: si aspetta troppo, si minimizza (“passerà da solo”), si arriva quando il disagio si è già consolidato. In mezzo, spesso, si creano aspettative distorte: “se non è psicoterapia, allora non è cura”. A rafforzare questa idea contribuiscono anche narrazioni mediatiche che riducono lo Psicologo a una figura di ascolto generico, un confidente o un motivatore. Ma la cura psicologica non è una chiacchierata motivazionale: è un lavoro clinico sul funzionamento.
Nelle istituzioni, la psicologofobia non è solo un’opinione: diventa prassi. Si traduce in bandi e regolamenti che richiedono “psicoterapeuta” anche quando le attività sono tipicamente psicologiche, come diagnosi, abilitazione e riabilitazione. Prende forma in modulistica che confonde titoli e funzioni, in comunicazioni ufficiali sbilanciate come se la cura coincidesse con un’unica cornice. L’effetto è costante: si svaluta la terapia psicologica, si restringe l’accesso, si distorcono i percorsi e si allocano risorse e budget in un modo che non rispecchia i bisogni reali.
Nella categoria professionale, infine, la psicologofobia è più silenziosa ma non meno potente. Si manifesta come autocensura, insicurezza, ipersensibilità alle critiche, delega eccessiva verso figure percepite come “superiori”. Si manifesta anche in un modo particolare: i risultati clinici vengono attribuiti alla fortuna, si evitano obiettivi ed esiti dichiarati, si parla in modo vago per non essere attaccati. È il paradosso più triste: più siamo competenti, più diventiamo prudenti nel dire cosa facciamo. E così, invece di rafforzare la credibilità della professione, la indeboliamo.
Per questo è utile una distinzione chiara.
Psicoterapeuticocentrismo è l’ideologia o l’assetto culturale che mette la psicoterapia al centro e oscura la Psicologia come cura.
Psicologofobia è l’effetto di quell’assetto: paura, svalutazione e diffidenza verso la terapia psicologica.
Psicologofobia interiorizzata è lo stesso effetto agito dallo Psicologo su se stesso: autocensura, evitamento del lessico della cura, senso di illegittimità.
Per chiarire ulteriormente la logica di questi concetti può essere utile un parallelismo noto nel dibattito pubblico, pur nella consapevolezza che si tratta di fenomeni diversi per contenuto. Il parallelismo è solo strutturale e riguarda il meccanismo sociale e il processo di interiorizzazione, non l’oggetto o il significato dei fenomeni.
L’omofobia, infatti, non è solo un sentimento individuale: è anche un clima culturale fatto di stereotipi, norme implicite e messaggi sociali che svalutano o delegittimano l’orientamento omosessuale. Quando questo clima viene interiorizzato dalla persona stessa, si parla di omofobia interiorizzata: non perché la persona “odia se stessa”, ma perché può iniziare a vergognarsi, a nascondersi, a censurare parti di sé, a sentirsi non legittima pur non essendolo.
La psicologofobia funziona in modo analogo sul piano socio-culturale. Non riguarda l’orientamento sessuale, ma la cura e l’identità professionale. Psicologofobia è il clima culturale che svaluta la terapia psicologica o la tratta come una non-cura. Psicologofobia interiorizzata è quando quello stesso clima viene incorporato dallo Psicologo, che finisce per censurare le parole della cura, ridurre la portata del proprio ruolo e vivere un senso di illegittimità che non nasce dai fatti, ma dal contesto.
Psicologofobia è un neologismo che dichiaro e utilizzo nella mia azione culturale contro lo psicoterapeuticocentrismo.
Enrico Rizzo
Presidente di MetaPsi Aps




