Il controtransfert erotico dello Psicologo è un tema clinico delicato, frequente quanto poco nominato, che merita chiarezza teorica, consapevolezza personale e rigore deontologico.
Con controtransfert si intende l’insieme delle reazioni emotive, corporee e cognitive che il professionista sperimenta nella relazione con il paziente. Quando queste reazioni assumono una coloritura erotica o sessuale — fantasie, attrazione, eccitazione, curiosità intrusiva, desiderio di essere desiderati — si parla di controtransfert erotico. Non è una colpa, né un segno automatico di scorrettezza clinica: è un fenomeno umano, che nasce dall’incontro tra due soggettività all’interno di una relazione intensa, asimmetrica e carica di significati affettivi.
La tradizione psicodinamica e la clinica relazionale hanno mostrato come la dimensione libidica possa attraversare inevitabilmente la relazione terapeutica. Oggi è chiaro che il controtransfert non è qualcosa da eliminare, ma da riconoscere e gestire. Diventa uno strumento clinico solo se mentalizzato; diventa un rischio quando è agito, negato o razionalizzato.
Sul piano clinico, il controtransfert erotico può avere molte funzioni. Può essere la risposta a un transfert seduttivo del paziente, il riattivarsi di bisogni di conferma narcisistica del professionista, l’emergere di parti non integrate della storia affettiva e sessuale dello Psicologo, oppure un segnale su come il paziente utilizza il corpo, il desiderio o l’immaginario erotico per regolare distanza, potere e sicurezza nella relazione. In questo senso, non indica qualcosa da fare, ma qualcosa da comprendere.
Il nodo critico non è l’emergere dell’attrazione o dell’eccitazione, ma la perdita della funzione terapeutica. Quando il professionista inizia a cercare gratificazione personale, a prolungare le sedute senza indicazione clinica, a modificare il setting per alimentare ambiguità o a usare un linguaggio seduttivo per nutrire il proprio bisogno di conferma, il controtransfert erotico non è più pensato: è agito. Qualsiasi agito sessuale nella relazione di cura rompe i confini, danneggia il paziente ed espone il professionista a conseguenze deontologiche e legali significative.
Dal punto di vista clinico e deontologico, la gestione responsabile passa da alcuni passaggi fondamentali: riconoscere internamente ciò che accade senza vergogna; non confidarlo mai al paziente in forma grezza o autoassolutoria; portarlo in supervisione o in uno spazio di confronto professionale; interrogarsi su ciò che sta comunicando della dinamica del paziente; verificare se lo stato interno compromette neutralità, ascolto e funzione di cura. In alcuni casi, quando il coinvolgimento diventa persistente o difficile da contenere, l’invio a un altro collega non rappresenta un fallimento, ma un atto di tutela e responsabilità.
È importante chiarire che provare attrazione non equivale a voler oltrepassare i confini, così come parlare di sessualità in terapia non significa erotizzare la relazione. Nei contesti di sessuologia clinica, il lavoro sul linguaggio erotico, sulle fantasie e sull’immaginario richiede uno Psicologo ancora più solido sul piano dei confini, capace di distinguere ciò che appartiene al paziente da ciò che si muove dentro di sé.
In sintesi, il controtransfert erotico è un fenomeno clinico fisiologico, non un tabù né un segreto vergognoso. Diventa una risorsa quando è riconosciuto, pensato e contenuto; diventa dannoso quando è negato o agito. La maturità professionale non consiste nell’illusione di esserne immuni, ma nella capacità di stare nella complessità senza usarla per sé, mantenendo intatta la funzione terapeutica e la tutela del paziente.
Enrico Rizzo, Psicologo della Sessualità Maschile (Palermo)



